«Occorre una nuova politica per vincere, Forza Italia cambi subito registro»: parla Adele Vairo, la signora del centrodestra casertano

Adele Vairo è sicuramente una figura di punta del centrodestra casertano, candidata alla Camera con il Pdl alle ultime elezioni politiche. La sua è una personalità eclettica: dirigente scolastica dell’Istituto Manzoni, presidente del Rotary Club Capua Antica e Nova, punto di riferimento culturale a livello provinciale ma non solo. Incontriamo la Vairo a margine di uno dei tanti appuntamenti che la vedono protagonista con la sua scuola, ormai da tempo fiore all’occhiello per Terra di Lavoro.

 

I risultati delle elezioni europee hanno determinato la frantumazione del centrodestra e la sconfitta di Forza Italia. Secondo lei quali le ragioni che hanno portato il Pd a fare il pieno?

 

«A mio parere un’analisi realistica non deve e non può, come taluni critici sostengono, essere solo calibrata sulle tristemente note vicende che hanno interessato il presidente Berlusconi a livello giudiziario. Naturalmente l’indiscusso protagonista del centrodestra degli ultimi decenni in Italia è stato  mortificato e grandemente limitato nella sua concreta capacità di operare, cosa che è risultata essere la fonte primaria di questo insuccesso; tuttavia non è un mistero che vincoli, divisioni, interessi di parte e personalismi hanno senza dubbio contribuito a questa grande crisi in cui il partito, nella più ampia accezione del termine, non è riuscito, questa volta, a palesare in maniera efficace, come nelle altre tornate elettorali, ai suoi potenziali elettori né la propria volontà specifica né la propria reale identità. Ciò a fronte di un Pd, nel merito molto più netto che nel passato e che ha colto un insperato successo, trascinato da Renzi, vero vincitore della competizione. Questo il senso della sua campagna elettorale e della sua vittoria. Del resto, Renzi, dopo essersi alleggerito della ingombrante leadership di Letta, sia nel suo partito che a Palazzo Chigi, si è presentato agli elettori e al parterre europeo come l’homo novus, l’innovatore con una vocazione comunicativa tanto efficace da persuadere gli italiani, quasi a scatola chiusa, a dare fiducia al battage pubblicitario (che a tutt’oggi continua spesso indisturbato) sulla redistribuzione del reddito (i famigerati 80 euro), sull’avvio delle riforme istituzionali, sulla riduzione dei maxi stipendi e delle auto blu (verificatasi come un flop) e così via. Di fatto, l’inarrestabile ascesa del Renzi-pensiero, prima subìto e poi accompagnata dal suo stesso partito, non ha trovato intralcio neanche rispetto all’evidenza di propositi avviati e non ancora realizzati o rispetto ad azioni di vera e propria propaganda politica, totalmente chiare agli addetti ai lavori (si veda per la ipotetica attribuzione di fondi alla scuola quanto si sia lontani dal vero!), operazioni di facciata che, tuttavia, hanno accreditato Renzi e il Pd, e fatto presa sul 41% degli elettori. Questo è un dato di fatto. Come è un dato di fatto che il Pd abbia catalizzato su di sé tanto i voti di quanti avessero già votato Grillo, distaccandosene ora perché intimoriti da derive qualunquiste o poco democratiche, quanto un elettorato moderato che non si è più riconosciuto nella gestione del centrodestra. Il “rottamatore” ha utilizzato la armi approntate e utilizzate da sempre dal Cavaliere: appare una somiglianza sbiadita, però, che perderà il suo vigore quando il prototipo, il modello originale, riprenderà quota»

Le divisioni a livello regionale, le fibrillazioni sui livelli provinciali, l’autoreferenzialità dei consiglieri regionali. Queste alcune cause della sconfitta del centrodestra?

«Naturalmente il peso e il calo d’immagine collegati alle divisioni interne e alle lotte intestine, si sono fatti sentire, ma è anche vero che Fi, in questa tornata, si è troppo spesso limitata a criticare Renzi  per le numerose promesse non mantenute, sostenedolo, però, non senza apparente contraddizione, nella sottoscrizione di un “patto” sulle riforme che, oggi, peraltro, appare del tutto stravolto nella sostanza. Senza, peraltro, sottacere una poca incisività della campagna elettorale sui “temi forti”, cioè, di fronte a cui i potenziali elettori si sono sentiti spesso “smarriti”, al cospetto di un partito che talvolta sostanzialmente appariva affine all’opposizione, talaltra alla maggioranza. Appare ovvio che Fi abbia ceduto il passo al Pd e fosse schiacciata dal peso del renzismo, dall’attivismo e dal pragmatismo della sua leadership: che fosse sconfitta con le stesse armi che il presidente Berlusconi ha creato e usato per fare grande Fi! Il tutto in un momento in cui la indiscussa leadership del Cavaliere subiva attacchi continui e consistenti: un fronte compatto ma disomogeneo di difficoltà ha determinato la crisi. Probabilmente la reazione avrebbe potuto essere politica e organizzativa al tempo stesso, anche se Fi ha pagato lo scontento della gente in maniera complessiva, come critica e polemica con il Sistema di Potere in senso lato, ben oltre misura, sicuramente, rispetto alle sue stesse responsabilità politiche».

Lo strumento delle primarie tanto caro alla sinistra può essere un elemento di vitalità anche per voi? Ma soprattutto non crede che sia giunto il momento anche nel centrodestra di iniziare la rottamazione?

«È assolutamente indispensabile che Fi cambi subito registro, per contrapporsi con immediata efficacia alla politica renziana che ha mostrato di aver trovato stili e argomenti tali da persuadere gli elettori, ben oltre ogni prevedibile risultato. Preoccupa l’attuale debolezza di una leadership intermedia che sostenga il presidente Berlusconi (ancora vero argine per le sinistre) e il suo ufficio di presidenza sui territori. Fi va messa a sistema promuovendo idee, programmi, progetti di governo e va ricostruita una identità valoriale alternativa alle sinistre attraverso facce e riferimenti nuovi, veri, credibili. Non so se il meccanismo delle tanto decantate primarie sia la panacea: sopratutto resta da garantirne la veridicità e la totale rispondenza al dato espresso dagli aderenti. Ma so di certo che devono essere ridati spazio e parola alla gente, ai territori, ai simpatizzanti dell’area moderata, che è indispensabile stare alla larga dalla vecchia politica dirigista e autoreferenziale e dai congressi gestiti dalle tessere. Va riguadagnato lo spazio perduto tra la vita quotidiana e la politica: la gente deve guardare alla politica con rinnovata fiducia, ritenendo i politici ancora credibili e degni di fede. Non amo il termine “rottamazione” tanto decantato. La nuova gestione di Fi credo non debba fare a meno di riferimenti storici e sani del partito che è ancora e sempre fortemente sostanziato in Silvio Berlusconi, ma è indispensabile e urgente costruire una nuova dirigenza di stile, di rigore, di valore, che nasca dai territori, che attinga davvero anche alla società civile perché vi opera efficacemente e virtuosamente nei vari settori e che dal territorio partano prospettive di rilancio. Riferimenti concreti, seri, spendibili, che dimostrino senza ombra di dubbio che la politica deve camminare sulla gambe di chi non la fa per mestiere. Devono prevalere le idee di chi concepisce la politica come servizio, perché sa ascoltare e sa dare risposte, piuttosto che limitarsi a un gioco di potere utile a garantire interessi propri o corporativi. Solo così potremo recuperare i milioni di italiani che dal ‘94 credono alla rivoluzione liberale che trova ancora in Berlusconi la massima espressione. Bisogna ripartire dallo zoccolo duro dei nostri elettori che ci hanno rinnovato la fiducia in questo momento grigio (si vedano i risultati campani, ancora una volta positivi, sulla scia del modello Caldoro), segnato da una “euforia renziana”, non ancora del tutto sedimentata. La nuova dirigenza dovrà incarnare a fatti e non a parole una politica che sappia di “missione” piuttosto che di “omissione”, che parli di responsabilità piuttosto che di potere, che sappia coinvolgere e far rete piuttosto che allontanare o rinchiudersi in ristrette conventicole, che sappia leggere la ritrovata unità dei moderati del centrodestra come ricchezza partecipativa. Una politica che intercetti la libertà degli elettori, che persuada, convinca e vinca, ancora una volta».

 

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