Padre Carlo De Angelis: «L’indifferenza è il frutto di chi pensa soltanto al proprio “orto”»

Il caso del neonato abbandonato a Caserta in una chiesa, la triste vicenda di Cucchi, i tanti suicidi nelle carceri, la dignità negata ai detenuti, l’assistenza alle giovani madri, la precarietà che spinge le nuove generazioni a lasciare il nostro Paese e la disoccupazione che impedisce spesso la formazione di una famiglia facendo così subire una battuta di arresto alle nascite.

Culle vuote, abbandono di neonati, il non riuscire più a sperare in un futuro meno precario, la “cattiva” detenzione e le condizioni disumane dei carcerati. Di queste ed altre difficili tematiche bisognerebbe discutere nella nostra Regione. Come? Abbattendo il muro dell’indifferenza, creando nuovi percorsi di solidarietà e cambiando il centro delle “priorità”.

Nonostante le condizioni avverse, nonostante una giustizia non sempre giusta e nonostante l’assenza di basi su cui operare, c’è chi “convive” quotidianamente con la sfera meno felice della nostra società per cercare la soluzione migliore offrendo un’alternativa dignitosa a coloro che sono considerati “ultimi”. Uno di questi è Padre Carlo De Angelis, cappellano del carcere di Lauro, intervistato da Samuele Ciambriello in occasione della trasmissione “Dentro i fatti” in onda il lunedì su Radio Club 91.

Tanta negatività parte dall’indifferenza. L’indifferenza – ha spiegato padre Carlo – è frutto di egoismi ed è legata soprattutto alle persone che vogliono fare in qualche modo soltanto affari, raggiungere unicamente scopi personali e individuali. L’indifferenza regna più tra i ricchi che tra i poveri, i poveri sono tra loro più solidali. L’indifferenza nasce perché ognuno vuole coltivare il proprio orticello e non si preoccupa dell’altro. Questo egoismo di base che diventa sempre più globale.

Ma con l’avvento di papa Francesco la Chiesa sta vivendo con intensità maggiore il concetto di solidarietà, affrontando temi che 10-15 anni fa erano quasi considerati tabù.

Papa Francesco  – ha commentato il cappellano del carcere di Lauro – è un personaggio profetico per i nostri tempi perché ha riportato all’autenticità e alla genuinità del messaggio evangelico, mettendo al centro il percorso evangelico di Gesù che si è identificato con una realtà presente anche oggi: povero, malato, carcerato. Gesù ha messo al centro l’amore per gli ultimi che vivono in queste condizioni.

Ed è proprio il tema delle carceri che maggiormente sta a cuore a padre Carlo De Angelis, che trascorre il suo tempo tra i detenuti, toccando con mano una dura realtà.

Sono convinto che il carcere debba essere abolito per poi trovare altre forme di giustizia. Il carcere  – ha concluso padre Carlo De Angelis – oggi come oggi è repressivo e chiude definitivamente ogni speranza per chi vuole fare un percorso. Bisogna trovare altre strade di recupero lontane dalla detenzione, strade che non ci sono. Si parla sempre di incrementare gli agenti di sicurezza e mai dell’aumento di volontari ed assistenti sociali. In carcere c’è sempre più bisogno che entri la sfera della solidarietà.

Grazie all’aiuto alla fine i carcerati possono diventare persone recuperate. Nella Costituzione c’è scritto che il carcere serve a rieducare, è vero, ma c’è anche scritto anche che ogni persona ha diritto al lavoro, ci sono scritte tante bellissime cose. Purtroppo diverse circostanze ci fanno dimenticare che esistono queste norme e che ogni detenuto è un essere umano che ha diritto alla dignità.

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