PAOLO BORSELLINO, A VENTITRÈ ANNI DALLA SCOMPARSA

“È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”

Sono parole di Paolo Borsellino, il magistrato del pool antimafia assassinato il 19 luglio 1992 nella strage di via d’Amelio. Borsellino era nato a Palermo e morì a Palermo. Amava la Sicilia, profondamente. Non si spiegherebbe altrimenti una vita sacrificata e votata alla lotta contro la criminalità, per estirpare dalla sua terra il cancro che la stava ammazzando da dentro. Ci vuole coraggio per essere come Paolo Borsellino, ma soprattutto ci vuole amore. Quando si resta al fresco dell’ombra dell’indifferenza, dell’egoismo, quando si pensa soltanto al proprio orto, non si può essere come lui, non si può fare quel che ha fatto lui. Paolo Borsellino amava la giustizia, gli uomini, l’Italia. Non tanto quanto l’Italia ama i suoi eroi, probabilmente. Dopo l’indimenticabile attentato, abbiamo avuto un Borsellino uno, bis, ter e quater: quattro processi accompagnati da altrettante indagini che si sono diramate in tutte le direzioni, per comprendere chi fossero i mandanti, chi gli esecutori, chi i collaboratori. Quattro processi che si sono prolungati dagli anni novanta praticamente fino ad oggi, riuscendo a fornirci delle risposte soltanto parziali, mentre restano ancora alcune zona d’ombra su cui probabilmente non riusciremo mai a fare luce, e chissà se salterà mai fuori quella famosa agenda rossa scomparsa nel nulla.
Non tutti amano i proprio Paese a quel modo, e non tutti riescono o hanno la volontà di uscire dall’indifferenza. Il caso ha voluto che, a breve distanza dall’anniversario della scomparsa del magistrato palermitano, una nuova, sgradevole vicenda tornasse a farci ricordare tutto l’insieme degli eventi in un modo diverso dalla semplice commemorazione. Rosario Crocetta, presidente della Regione Sicilia col PD, è stato beccato al telefono con Matteo Tutino, primario dell’ospedale di Palermo Villa Sofia. E fin qui, niente di strano, non fosse per il fatto che il medico personale del governatore si sia lanciato in una dichiarazione raccapricciante. Lucia Borsellino, figlia di Paolo, per Matteo Tutino «va fatta fuori come suo padre». Ora, sul caso si sono già scatenate polemiche come se piovessero dal cielo, e intanto sta diventando un vero e proprio giallo (e magari non verremo a capo neanche di questo). L’intercettazione è stata rivelata dal settimanale l’Espresso, mentre la procura di Palermo smentisce categoricamente la presenza di questa telefonata registrata nei suoi atti; allora il direttore Luigi Vicinanza conferma che è tutto vero, salvo ammettere egli stesso che il file audio non è proprio limpidissimo, e le interferenze ci sono. Ora, mettiamo il caso che Crocetta non c’entri niente, che come egli stesso ha dichiarato non abbia sentito quella frase lì al telefono, e mettiamo che alla fin fine l’intercettazione non sia autentica, o decisiva, insomma che sia troppo presto per puntare il dito. Da un capo del telefono, resta comunque qualcuno che pronuncia una frase scioccante, ingiusta, inammissibile, e dall’altro qualcuno che resta in silenzio, proprio come nell’indifferenza di cui dicevamo prima (salvo ammettere che davvero Crocetta non abbia sentito a causa di interferenze). E il bersaglio è proprio quella Lucia Borsellino, assessore alla Salute della giunta di cui fa parte anche in virtù di ciò che rappresenta, della legalità e della giustizia che non si arrende.
La stessa Lucia Borsellino ha dichiarato che non prenderà parte alla commemorazione ufficiale che si terrà alla Corte d’Appello di Palermo, e con lei gli altri familiari (e d’altronde lo stesso Crocetta), ed è un vero peccato, qualunque sia la motivazione, che resta comunque degna di rispetto. Ricordare non è mai una cosa di poco conto. Noi tutti, come umanità, esistiamo solo se possiamo ricordare e progettare un futuro diverso, e sarebbe bello che la famiglia Borsellino fosse lì a garantire la continuità dell’impresa cominciata da Paolo, per mostrare e rimostrare come nulla è stato vano, e che c’è una parte del Paese che continua a crederci in questa Sicilia e in questa Italia.

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