Paolucci: «Caldoro finto risanatore, dal PD un candidato unitario per voltare pagina»

«Dalle straordinarie vittorie del centrosinistra napoletano, iniziate nel ‘93, sono trascorsi ormai venti anni. Dopo due decenni anche il più incallito conservatore dovrebbe considerare scontata l’urgente necessità di mettere in campo una nuova classe dirigente per i nostri vertici istituzionali e nuove idee per lo sviluppo della Campania. Noi non vogliamo che si ripeta il disastro di Napoli: sarebbe un clamoroso regalo al centrodestra. Il problema di una candidatura di rinnovamento e unitaria in grado di aprire una pagina nuova nella vita della Campania si pone con più forza». L’onorevole Massimo Paolucci, vice capo delegazione PD al Parlamento Europeo, assieme ai colleghi di Area Riformista Guglielmo Epifani e Umberto Del Basso De Caro, prova a dare la “spallata” decisiva alle primarie del Partito Democratico in Campania. Una regione che ha bisogno di invertire la rotta anche alla luce dell’ultimo rapporto Svimez, che descrive un Sud a rischio desertificazione umana e industriale, e un’Europa delle opportunità, oltre che dei vincoli, che si stenta a sfruttare.

Onorevole, per il sottosegretario Delrio una possibilità di invertire la tendenza è data dalla green economy. Concorda?

«A fine novembre ho visitato la Puglia per le Primarie e ho visto di persona quali e quante difficoltà ci sono, ad esempio a Taranto con Ilva, di tipo ambientale, industriale e di salute, e con il porto che ha perso importanti operatori commerciali come i cinesi. Il Sud è entrato nella crisi economica con forti ritardi rispetto al resto d’Italia, ma rischia di uscirne con handicap che potrebbero non essere mai recuperati. L’unica nostra grande occasione è l’Europa, le sue politiche di sviluppo, e tra queste certamente la green economy e i fondi comunitari della programmazione 2014-2020».

Finora i miliardi arrivati dall’Ue, come ha detto il neo commissario Cretu, non hanno prodotto crescita. Per la Campania l’accusa indiretta è alla Giunta Caldoro, che di nuovo lunedì ha lanciato numeri alla mano proclami di ottima amministrazione.

«Il “finto risanatore” Caldoro è ormai rimasto solo a raccontare una storia cui sono sicuro non creda neppure più lui. Nei 5 anni di amministrazione del centrodestra molto è rimasto fermo a ciò che le precedenti Giunte di centrosinistra hanno fatto. Su troppe cose, a cominciare dai trasporti, sono stati fatti dei passi indietro enormi vanificando anni di lavoro e offrendo ai cittadini campani pessimi servizi, e sempre più cari. Il mio giudizio è una piena bocciatura, che sarà certificata anche dagli elettori alle Regionali 2015».

C’è però pure una responsabilità delle giunte bassoliniane nella crisi campana, per una spesa non proprio oculata delle risorse.

«Caldoro per cinque anni non ha fatto alcunché, anzi ha smantellato quanto di buono, ed è tanto, era stato fatto dalle due giunte Bassolino. Dei limiti e di alcuni errori del passato abbiamo già parlato e i cittadini hanno espresso il loro giudizio nel voto. Tuttavia, quando Caldoro si è insediato, l’utilizzo delle risorse di tutti i Por 2007-2013 era iniziato solo da pochi mesi. Tant’è che oggi tutte le Regioni, non solo la Campania, spendono ancora sul ciclo 2007-2013 e lo potranno fare, com’è noto, fino a fine 2015. Cinque anni dopo il suo insediamento, però, i dati parlano chiaro: la Campania è ultima nell’utilizzo dei fondi Ue, con una spesa certificata dei Por Fesr-Fse che al 31 ottobre è pari al 40,8% contro il 53,7% della Sicilia e il 44,41% della Calabria che però per otto mesi è stata in completo stallo amministrativo».

I ritardi si sono registrati anche sulla nuova programmazione 2014-20 che sarà approvata dall’Ue non prima dell’estate. A cosa andiamo incontro? 

«La Giunta Caldoro non è riuscita a presentare il Por 2014-2020 entro il 17 novembre. Grazie a una proroga, pur essendo gli ultimi in Europa (la presentazione alla Commissione europea è avvenuta lo scorso 29 dicembre,  ndr) abbiamo evitato il blocco totale dei fondi, ma ancora non sappiamo quali sono nel merito le priorità del Por Campania 2014-2020. Purtroppo questo, come ha specificato Delrio, si tradurrà in un enorme rallentamento di tutta la programmazione comunitaria per la Campania. Oltre all’inevitabile smacco, all’enorme perdita di credibilità per la nostra istituzione regionale e ai problemi che ci saranno per far ripartire le politiche di sviluppo, grazie a Caldoro siamo ultimi ancora prima di iniziare il programma 2014-2020».

Nel parlare di sviluppo, centrale è il tema delle politiche energetiche. Qual è la sua idea a riguardo? 

«Serve un approccio europeo. La sicurezza degli approvvigionamenti e l’indipendenza energetica, le scelte strategiche sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza energetica, e cioè per un’economia sostenibile, ad esempio, sono temi cui solo una politica comune europea può dare risposte di lungo periodo. Nella nuova Commissione, appena insediatasi, è stato individuato un Vice Presidente responsabile per la creazione di un’Unione energetica, ovvero di uno spazio, di un mercato, di una politica comune dell’energia a livello europeo. E anche tra gli Stati membri questa scelta è ormai definita. Gli obiettivi sono chiari: certezza di regole e sicurezza lungo tutta la catena di approvvigionamento per le nostre imprese, servizi migliori e più economici per i cittadini».

Tutto ciò si lega al tema del lavoro, su cui il PD e il Paese si sono riscoperti spaccati. Dove ha sbagliato Renzi, dove i sindacati? 

«Il Presidente del Consiglio ha sbagliato a chiudersi, a non ascoltare i sindacati che, giustamente, chiedevano un confronto per migliorare la riforma del lavoro sulla quale auspicavo non venisse posta la fiducia. Sul Jobs Act si è sbagliato, perché una lotta esclusivamente ideologica e non nel merito dei fatti rischia di spostare la discussione dai reali problemi – soprattutto quelli dei più giovani – a uno scontro di campo che non è utile a nessuno. I sindacati, invece, alzando a volte i toni esasperano gli animi e rendono più difficile un avvicinamento tra le parti. Sono convinto che le parti sociali siano grande patrimonio del nostro Paese per le battaglie che hanno fatto in questi anni, ma credo si debba aprire al loro interno e, con la loro autonomia che rispetto, una seria riflessione su un cambiamento e una trasformazione che reputo siano inevitabili».

 

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