Parastasi kitsch, il teatro che dissacra il teatro

Nuovo Teatro Sanità, piazzetta San Vincenzo e la sua chiesa settecentesca sempre più dimora delle domeniche serali. Lo spettacolo inizia ancor prima di iniziare, quando nuvole di vapore rendono opaca la scena. Posti al centro del palco uno scaletto incartato da un velo bianco, una sedia da scolaro con tanto di pallottoliere sulla cima. È il tripode di Pizia, Pannichide Undicesima, la sacerdotessa scelta dal Dio Apollo per vaticinare i suoi voleri, svelare all’uomo il suo futuro.

Parastasi Kitsch 2Liberamente ispirata a “La morte della Pizia” di F. Dürrenmatt, la rilettura di Fabiana Fazio trasloca divinità, mitologia e teatro greco in una sospesa modernità, un’atmosfera kitsch – come suggerisce lo stesso titolo – in cui la nobile origine delle tematiche tragiche è calata nel commercio quotidiano dell’uomo borghese. Seduta in cima, coinquilina di Apollo, con le gambe che – colpa e fortuna della prospettiva – sembrano quelle piccole e capricciose di una bambina, la Pizia è una vecchia lamentosa che esagera malanni, improvvisa colpi di tosse, chiama in causa i reumatismi, per i troppi fumi respirati; in basso, una sacerdotessa del tempio che cerca di tenere in piedi la baracca, un vero e proprio marketing, un’azienda in cui si vendono oracoli. Fabiana Fazio e Irene Grasso bravissime nel coordinare voci, gestualità e tonalità, restituendoci una versione parodica dell’antichità: un palco da burattini, da movimenti robotizzati e forzature di voci a suggerire la falsità, a destituire di solennità il solenne. E funziona. L’effetto è quello della risata mista a momenti di riflessione che vanno dal sociale (quando sul mestiere della Pizia si fa riferimento a pensionamento, a giovani tirocinanti sottopagate, a lavoro da stacanovista) al metafisico: “L’unica cosa che rende sopportabile il presente è la non conoscenza del futuro”.

Parastasi kitsch” fila piacevole alla vista, con l’impeccabile gioco di luci a cura di Paco Summonte che ha il pregio di indovinare insieme alla scenografia di Antonella Di Martino una resa cyberpunk dello stile oracolare, con luci neon e intermittenze tra l’atmosfera disco e l’effetto magico; piacevole anche all’udito, con le musiche ipnotiche di Lucio Aquilina che sembra aver ingurgitato temi arcaico naturali, rumori di fabbrica e sottofondi religiosi facendone un tutt’uno che accompagna perfettamente la doppiezza dello spettacolo.

Parastasi Kitsch“Parastasi kitsch” prende l’Edipo re di Sofocle e ne fa un personaggio bambinesco, un po’ tonto e con la erre moscia, raccoglie tutte le sue vicissitudini e le disincaglia dall’impianto tragico per farne motivo di scherno dell’atteggiamento umano di “credere”, una follia per cui gli uomini inseguono la verità e, ancor più della verità, ambiscono a qualcuno che li indirizzi, che li sollevi dalla responsabilità di inventarsi la vita, di scegliere. “Ma qui sono tutti malati, malati di mente!” grida la Pizia. Alcuni, privi di raziocinio, si abbandonano a un destino scelto da altri, mentre gli altri, quegli-altri, furbescamente, se ne approfittano facendo dei desideri e attese umane un lavoro. Le profezie si comprano, si ammaestrano, si regolano a seconda di scelte politiche e di mercato, oppure vengono gettate lì un po’ a casaccio da un oracolo troppo stanco delle superstizioni, come accadeva sempre in “La morte della Pizia” dove imperava la contrapposizione tra il raziocinio e la fantasia. Mentre, però, Durenmatt faceva terminare l’opera con la costruzione di un nuovo teatro, la Fazio accenna alla medesima ricostruzione per superarla in un degradamento dello stesso, in un “andare in rovina dell’antico tempio”, un corrodersi a cui si vorrebbe porre fine: “Spegni questa macchina!” implora la Pizia.

Belli i riferimenti agli elementi della tragedia greca, all’agnizione, ai personaggi che si susseguono verso la fine in una carrellata mascherata dal fascino carnevalesco. A questo proposito, forse, una delle poche pecche dell’opera: la massiccia quantità di storie e personaggi raccontate così velocemente e (per loro stessa natura) assoggettandoli alla confusione, potrebbe avvilire lo spettatore che ignori le trame sofoclee. Qualche dubbio resta sulla conclusione che, seppur voluta, appare troppo velleitaria probabilmente proprio a evidenziare (ancora una volta) la distanza dal tragico.

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