PARIGI, PERCHÉ SUL CLIMA NON SI SCHERZA

Inizia oggi, 30 novembre, la XXI Conferenza delle Parti sul clima, che si concluderà l’11 dicembre e coinvolgerà i capi di stato di oltre 190 Paesi. Teatro delle trattative sarà la città di Parigi, protagonista nelle ultime settimane di ben più tragici eventi, e che ciononostante ha deciso di non rinunciare al suo ruolo di città ospitante, seppur costretta a cancellare dall’agenda diverse cerimonie per motivi di sicurezza. Nata vent’anni or sono, nel 1992, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha avuto da allora il compito di regolamentare le emissioni di gas serra, e quella di Parigi è solo l’ultima tappa di una lunga serie di incontri finalizzati a ridurre il riscaldamento globale.

L’obiettivo principe è quello di trovare un accordo per far sì che la temperatura media globale non superi i due gradi di aumento medio, il che vuol dire che la necessità di ridurre le emissioni è quanto mai impellente. Ma questo, a sua volta, significa che dal vertice dovrà uscire una soluzione che offra a tutti i partecipanti le condizioni per avviarsi lungo quella strada. Cioè, detto in parole povere, se si pretende che l’India, uno dei maggiori consumatori di carbone al mondo, accetti delle limitazioni sull’uso dei combustibili fossili, bisognerà pure mettere il Paese in grado di farne a meno.

Potrebbe essere questa l’occasione di sfruttare il Green Climate Fund, una delle migliori proposte che siano mai uscite dalla COP, quando si decise di stanziare una somma (allora di circa 10 miliardi, ma destinata ad arrivare a 100 nel prossimo decennio) atta a finanziare le tecnologie verdi nei paesi in via di sviluppo. Non tutto ciò che è accaduto in questi venti anni di dibattiti e congressi ha avuto però i risultati sperati. Sembra, anzi, che ben poco sia stato fatto. O meglio, la luce in fondo al tunnel l’abbiamo pure intravista (vedi alla voce Protocollo di Kyoto), ma alla fine è stata oscurata da giganteschi passi indietro: un esempio su tutti, l’indesiderabile dietrofront degli Stati Uniti davanti al suddetto Protocollo. Quando gli ultimi negoziati di Lima del 2014 si sono conclusi, avevamo poco o niente di concreto tra le mani. Nemmeno si può affermare però che siano stati infruttuosi, dal momento che sono serviti a gettare le basi della Conferenza attuale, come a dire che senza Lima non ci sarebbe stata oggi Parigi.

Sle emissioni di gas inquinanti procedessero al ritmo attuale, le temperature rischierebbero di raggiungere un aumento di cinque o sei gradi, ed è un’ipotesi le cui conseguenze spaventano anche il meno accanito degli ambientalisti. Ma c’è chi sostiene che un contenimento del riscaldamento globale entro i 2 gradi non sia ugualmente sufficiente: gli stati insulari, per esempio, essendo più esposti ai rischi dei cambiamenti climatici, ritengono che sia doveroso abbassare la soglia a 1,5 gradi. Soprattutto, i piani presentati finora dai singoli paesi non bastano, perché si arriverebbe ad un aumento di 2,7 gradi, vale a dire 0,7 in più rispetto al limite previsto.

Gli occhi di tutti saranno puntati senza dubbio su Cina e USA, i due maggiori produttori di CO2, responsabili assieme di oltre il 40% delle emissioni globali, ed entrambi notoriamente reticenti nei confronti dei provvedimenti climatici. Sembra che il rischio più papabile sia che la Cina continui a pretendere soluzioni diversificate sulla base delle responsabilità e dei progressi raggiunti: in pratica, la colpa dell’inquinamento sarebbe dei paesi maggiormente industrializzati, e le economie in via di sviluppo devono avere minori limitazioni. Ma si può davvero continuare a considerare la Cina un’economia in via di sviluppo, e permetterle di sottrarsi alle responsabilità comuni? E le parole di Barack Obama possono essere stavolta una garanzia dell’impegno americano, o gli Stati Uniti faranno ancora orecchie da mercante riguardo l’emergenza climatica? E come convincere Putin che il global warming non è una barzelletta, e poi l’India, e l’Australia?

Forse non si può ridurre tutto a un accordo e a un pezzo di carta. Dopo di quello, varrebbe la pena trovare anche un modo per convincere Cina, USA, Russia e compagnia bella a rispettare le regole. Insomma, dentro o fuori. L’Europa da sola non basta a risolvere il problema, ma nemmeno possiamo prenderci in giro nella vana speranza che anche gli altri si diano una mossa.

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