Prodotto da Mediaset e Netflix, si intitolerà «Divin Codino» e uscirà nel 2020. Racconterà la vita di un campione speciale, tra sofferenze e gloria

Certe vite sono un film bello e pronto. Lo sono già, prima ancora di diventare una narrazione, prima ancora che qualcuno sentenzi: ciak, si gira. La vita di Roberto Baggio ha la potenza e la fascinazione delle grandi storie, di quelle che si tramandano di generazione in generazione. Ora sappiamo che Baggio avrà una storia a lui dedicata, prodotta da Mediaset e Netflix. Un biopic vero e proprio che uscirà nel 2020 e ripercorrerà le tappe salienti della carriera del più trasversale e del più amato dei campioni italiani di questi ultimi cinquant’anni.

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Più di Totti e più di Del Piero, marchiati a ferro e fuoco dalla loro appartenenza, a Roma e Juventus. Baggio è stato di tutti, senza essere di nessuno in particolare.

La pellicola si chiamerà «Divin Codino», perché quello è stato il soprannome più famoso di Roby: vi risiedono in pace armoniosa il soprannaturale e il trash, l’idea di un calcio ultraterreno («Ah,  da quando Baggio non gioca più…non è più domenica» cantava Cesare Cremonini) e l’orpello coatto (il codino) simbolo della generazione karaoke degli anni ’90. Il film sarà diretto da Letizia Lamartire, giovane regista pugliese che nasceva (nel 1987) proprio quando Baggio cominciava a mostrare meraviglie con la maglia della Fiorentina. Il protagonista è Andrea Arcangeli, attore di Pescara già visto nella serie di Rai Uno «Il Paradiso delle signore» e in «The Startup», film di Alessandro D’Alatri sul fondatore della startup Egomnia. Arcangeli ha un vantaggio rispetto ad altri che correvano per quel ruolo: gioca (pure molto bene) a calcio fin da piccolo.

Il film coprirà i ventidue anni di carriera di Baggio, dagli inizi nel Lanerossi Vicenza (Roby è nato in un paese della campagna veneta: Caldogno) fino all’addio, con la maglia del Brescia. Nel mezzo la sua straordinaria avventura che ha reso felici noi «mendicanti di bellezza», e quindi le stagioni con la Fiorentina, il primo amore, con la Juve degli anni ’90, con il Milan e l’Inter, con il Bologna nell’anno della rinascita. E ovviamente ci sarà il capitolo dedicato alla nazionale. Baggio ha giocato tre Mondiali: nel 1990 è stato la stella delle «Notti Magiche», nel 1994 ha calciato alle stelle il rigore decisivo nella finale con il Brasile e nel 1998 si è consegnato alla Storia del Calcio con un tramonto da campione assoluto, nonostante una squadra non all’altezza della sua fama.

Spiega la regista Lamartire: «E’ la storia di un uomo umile con un talento smisurato che con le sue giocate ha cambiato il calcio italiano. Racconteremo anche il percorso di una persona che attraverso le sofferenze personali ha raggiunto grandi trionfi in campo». Baggio, oltre che fuoriclasse come ne sono nati davvero pochissimi in Italia, è stato un uomo speciale, legato alle origini contadine ma cittadino del mondo, umile per la naturale inclinazione che hanno i timidi, buddista della prima ora quando ancora ogni conversione – soprattutto così pubblica – veniva guardata con sospetto; oggi ambasciatore FAO e sempre sensibile alle grandi questioni del pianeta.

E’ stato – soprattutto – un ragazzo che ha sofferto molto (a 18 anni ha rischiato di abbandonare il calcio: venne operato al crociato con 220 punti di sutura; ha sempre convissuto col dolore di un fisico fragile) e che ha fatto della sofferenza il piedistallo della propria carriera. Aveva ginocchia di cristallo ma una determinazione fortissima, aveva un talento smisurato e la poesia nei piedi: Roberto Baggio era già un film, prima di diventarlo.

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