Proteste a Hong Kong, dentro le mura di mamma Cina

La chiamano la Umbrella Revolution, perché i manifestanti si sono “armati” di ombrelli, non per aggredire passanti e malcapitati vari, bensì per difendersi dagli attacchi con spray al peperoncino e gas lacrimogeni da parte della polizia. L’unica “arma” che hanno è a scopo difensivo. Quella, e i sacchi della spazzatura per ripulire le strade da bottigliette, cartacce e quant’altro possa cadere a terra. Gli studenti che in questi giorni stanno protestando a Hong Kong contro la riforma elettorale annunciata dal governo cinese non hanno per niente l’aria dei rivoltosi o dei ribelli tradizionali. Siamo lontani anni luce dalle immagini dei cortei coi ragazzi con tanto di spranghe di ferro alla mano e cori da stadio contro le istituzioni. La protesta, in questo caso, non ha nulla che ci porterebbe a definirla tale. Non fosse per il fatto che stanno occupando da ore ed ore le strade dei quartieri impedendo il regolare funzionamento di scuole, banche e altri uffici e servizi, non la si direbbe neanche una protesta.

In realtà, gli studenti xiangangren un’arma dalla loro parte ce l’hanno, ed è la loro calma. Pacificità e determinazione, si potrebbe dire. Da quando la manifestazione ha avuto inizio, loro sono stati presi a manganellate, assaliti con i lacrimogeni, come già detto prima, dalle forze dell’ordine, eppure sono rimasti lì. Amnesty International ha denunciato le violenze, anche sessuali, sulle donne manifestanti avvenute sotto gli occhi vigili della polizia, ma le strade non sono ancora sgombre. Quello che i giovani di Hong Kong cercano di ottenere, sono soltanto delle semplici elezioni libere, come quelle gli aveva promesso Pechino mesi fa. Salvo poi rimangiarsi la parola, e annunciare che le elezioni potranno essere sì a suffragio universale, e libere anche, in un certo senso, ma che i cittadini del distretto autonomo cinese saranno chiamati a scegliere tra una rosa di candidati scelti dal governo. Quello che gli studenti chiedono, in sostanza, è di poter decidere da soli chi debba governarli. Quello che la Repubblica Popolare teme, probabilmente, è che concedendo troppa autonomia il prossimo passo potrebbe essere quello della scissione. Certo, parlare di separazione potrebbe essere esagerato, ma sta di fatto che Hong Kong è ancora cinese, e per molte ragioni deve continuare a fare capo alla Cina. Stiamo parlando di una nazione fortemente gelosa di ogni suo anche minimo pezzetto di terra, che non è disposta a fare concessioni a nessuno pur di mantenere intatta la sua sovranità e il suo potere (si veda alla voce Tibet), figurarsi poi quando c’è di mezzo un paradiso fiscale come è appunto Hong Kong. Qui confluiscono centinaia di investimenti, miliardi di dollari entrano ed escono, le più grandi potenze mondiali vi piazzano le loro aziende, dalla Germania, alla Francia, al Regno Unito, agli USA, al Giappone, e l’Italia non è da meno. Perché rinunciare a mantenere il controllo su tutto questo? Aggiungiamoci poi che se Pechino dovesse cedere, si creerebbe un precedente non da poco per quelle altre regioni che da tempo rivendicano una maggiore autonomia, Macao e lo Xinjiang.

C’è da chiedersi se e quando i leader mondiali prenderanno posizione al riguardo. E soprattutto, quale posizione potrebbero assumere. La Russia, da parte sua, ha già deciso di bollare la protesta come un complotto animato dai servizi segreti americani. Barack Obama, nonostante sul sito della Casa Bianca sia stata pubblicata una petizione da oltre 190.00 firme che invita il Presidente a farsi carico della situazione, pare che non sappia che pesci prendere. Cina e Stati Uniti sono legate da forti vincoli commerciali e finanziari, il che ci porta dritti dritti alla conclusione che, anche quando ci si muove sul piano della politica, bisogna andarci sempre cauti. Dev’essere per questo che la Cina si permette di ignorare gli accordi sul clima e all’ONU nessuno batte ciglio. Come poi possa sedere nel Consiglio di Sicurezza come membro permanente nonostante le notorie violazioni dei diritti umani, resta un mistero. Non sarebbe errato azzardare che anche in questo caso lo sguardo del mondo non si poserà su Hong Kong.

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