RIFUGIATI, PAESE CHE VAI “USANZE” CHE TROVI

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Mentre la Turchia costruisce una barriera “difensiva” anti-immigrati (sono stati completati i primi 20 km su 130), a Reykjavik 12mila islandesi aderiscono a una petizione (partita dalla prof.ssa Bryndis Bjorgvinsdottir) per offrire accoglienza e casa ai rifugiati siriani. Insomma, paese che vai usanze che trovi.
Intanto la Commissione Ue annuncia il piano migranti, vuole portare da 32mila a 120mila il numero di richiedenti asilo (numero a cui vanno aggiunti i 40mila già pensati per Italia e Grecia) proponendo un’equa redistribuzione. La pressione arriva dal presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk: “Accettare più rifugiati è un gesto importante di solidarietà reale. Un’equa distribuzione di almeno 100mila rifugiati tra i Paesi europei è quello di cui abbiamo bisogno oggi”.
Purtroppo, però, la sollecitazione non ha trovato l’accordo di tutti: se la Germania ha alzato decisamente il tiro, dichiarando l’apertura a ben 800mila richiedenti asilo per il 2015, molto diversa è stata l’accoglienza della proposta da parte dei quattro paesi del centro-est europeo: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria si sono schierate su un versante decisamente opposto. Una posizione a rischio sanzioni da parte della Commissione europea.
Intanto, il caso Ungheria sta smuovendo le acque della torbida coscienza europea. Il giro del mondo fatto dalla foto di Aylan, piccolo rifugiato siriano di soli tre anni scivolato dalle mani del padre e annegato insieme al fratellino Galip, è persino riuscito a far ritrovare la retta via al premier britannico David Cameron, il quale ha annunciato – in una veloce intervista al Guardian – di voler aumentare le quote di accoglienza dei rifugiati: “Sono profondamente scosso” ha dichiarato riferendosi espressamente alla foto in questione, foto che era stata pubblicata (trai i primi) dal quotidiano Independent proprio come monito contro la politica di Cameron il cui “no” netto contro i migranti da Medio Oriente e Nordafrica ha trovato l’opposizione di ben centotrentamila firme di inglesi a favore di una più umana accoglienza. Colpisce l’auspico del padre del piccolo Aylan: “Spero che la morte di mio figlio serva a testimoniare le sofferenze del popolo siriano”.
Chi sembra, invece, non aver proprio colto l’orrore della morte innocente è l’Ungheria. Apprendere di come la polizia ceca abbia gestito la situazione dell’assalto ai treni nella stazione ferroviaria internazionale di Budapest mette non poco a soqquadro la mente. I treni diretti in Austria sono stati cancellati, ad oggi centinaia di migranti stanno tentando di raggiungerla a piedi. La stazione di Budapest, Keleti, sgomberata e chiusa all’accesso dei profughi il 1 settembre, è stata poi riaperta nella mattinata del 3 settembre, vedendo un’affluenza improvvisa dei circa duemila migranti rimasti bloccati fino a quel momento. Hanno preso un treno ma non sapevano che non li avrebbe porti in Germania (dove speravano di andare), bensì al campo profughi di Rozsche da cui almeno 300 migranti sono fuggiti a piedi e altri 2300 – secondo quanto dicono le autorità – minacciano di evadere se non verranno rispettate le loro richieste.
Ma la “ciliegina” è stato quel numero scritto dal poliziotto sul corpo di una bambina addormentata in braccio alla madre nella piccola stazione ferroviaria ai confini con l’Austria. Certo, non una marchia a fuoco, bensì un pennarello lavabile che però – causa le orribili nefandezze della storia umana – richiama alla mente gli orrori del nazismo. C’è anche però chi pensa ad allestire un videoproiettore per far vedere ai bambini presenti i cartoni di Tom&Jerry. Meno male che ci sono i volontari.
Il professor Elie Wiesel, intellettuale ebraico premio Nobel per la pace, ha così commentato l’accaduto: “Non paragoniamo la Shoah ad altri orrori pur scioccanti. Però tutti dovrebbero ricordare quell’espressione di Wojtyla, “male assoluto”, anche per evitare che accada ogni male minore. E tutti gli europei e gli altri cittadini del mondo globalizzato dovrebbero sempre rammentare che siamo e siamo stati tutti stranieri quasi sempre, da secoli. Io mi sento da una vita come straniero eterno in quanto ebreo, e ho imparato a sentirmi bene. Perché nello straniero noi dell’intelligentsija ebraica – ma da secoli la pensano e l’hanno pensata così anche milioni e milioni di cittadini europei – lo straniero è qualcuno che ti arricchisce, perché ti porta un’altra cultura, una visione in più. Le società più aperte verso gli stranieri e la loro integrazione sono spessissimo quelle che ci guadagnano di più, acquisendo più cultura e più talenti. Tali successi non si conseguono scrivendo numeri sulle braccia dei migranti”.
Basterebbe pensare alla storia americana per convincersi delle sue parole. Ma se non bastasse la forza dell’esempio, si può sempre ricorrere a qualche numero, quanto meno per sfatare certe dicerie. Una su tutte: gli immigrati pesano sulle spalle degli italiani. Secondo quanto riporta la Fondazione Leone Moressa il bilancio di tasse pagate dagli immigrati e spesa pubblica per l’immigrazione è in attivo di 3,9 miliardi di euro. I migranti contribuiscono all’economia italiana con 123 miliardi di euro, circa l’8% dell’economia totale. Certo, accoglierli e salvarli è un’altra cosa. Per farlo l’Italia ha speso nel 2014 ben 628 milioni e si prevede che nel 2015 la spesa aumenterà fino a 800 milioni. La Commissione europea ha di recente stanziato però ben 2,4 miliardi per far fronte all’emergenza nei prossimi 6 anni; di questi soldi una cospicua fetta andrà all’Italia, ben 560 milioni. Ma si può dare un prezzo alla vita umana?

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