Scuola e lingue straniere: stenta a partire il Clil

È suonata ieri la campanella per gli studenti di quattordici regioni compresa la Campania. Tra annunci di riforma e assunzioni, piani di edilizia scolastica, polemiche sull’eliminazione della “supplentite” e scontri generazionali tra docenti delle varie graduatorie, entro la fine della settimana tra i banchi italiani siederanno 7.880.632 studenti, in media 21 per ogni classe per un totale di 368.341 sezioni.In crescita gli alunni stranieri che salgono a 740mila, secondo i dati ufficiali del Miur. E l’inizio dell’anno scolastico, nelle scuole secondarie di secondo grado, porta con sé una novità: in tutta Italia sarà obbligatorio, in base a quanto previsto nel 2010 dalla Riforma Gelmini, insegnare una materia in lingua straniera al triennio del liceo linguistico e all’ultimo anno di tutte le superiori con esclusione degli istituti professionali.

Il progetto si chiama Clil (Content and language integrated learning): un metodo didattico ispirato ai modelli di educazione bilingue che fece la sua prima apparizione nel 1994 sotto l’impulso di un docente finlandese dell’Università di Jyväskylä, David Marsh. “Il CLIL sarà uno strumento per condividere con gli studenti di tutta Europa non soltanto un metodo, ma anche un nuovo modo di intendere la cultura delle lingue nelle scuole” – ha dichiarato il Capo Dipartimento Istruzione Luciano Chiappetta nel discorso introduttivo della 9° edizione del convegno internazionale «Think CLIL», tenutosi a Venezia a fine agosto.

Nel nostro Paese si era partiti due anni fa con una sperimentazione nelle ultime classi dei licei linguistici, ma ora il ministero e soprattutto le scuole si trovano a fare i conti con una disponibilità di docenti formati decisamente al di sotto del fabbisogno. I professori che oggi hanno tutti i titoli previsti per l’insegnamento della propria disciplina col metodo Clil sono appena 1.030 su un totale di oltre 15mila classi quinte: pur ipotizzando un docente ogni due sezioni, servirebbero almeno 7mila insegnanti preparati dal punto di vista linguistico (con certificazioni C1 e C2, o B2 se iscritti a corsi di perfezionamento) che metodologico, dato che le lezioni prevedono l’uso delle nuove tecnologie, lavori in team, project based learning e perfino l’esame di stato, in inglese o francese, per una specifica materia a scelta della scuola. Eppure il progetto era partito bene: nel 2010 le iscrizioni furono addirittura 16mila. Ma l’assenza di una qualsiasi forma di incentivo a fronte di una spesa che può raggiungere anche i 6mila euro, la lunghezza del percorso di formazione e lo scontro con la scarsa predisposizione degli italiani all’apprendimento delle lingue straniere hanno arrestato la corsa. L’ultimo Eurobarometro sul rapporto degli europei con le lingue (anno 2011), infatti, registra che più del 60% dei cittadini del Bel Paese non sa esprimersi in un idioma diverso dall’italiano, e dalla statistica non sono affatto esclusi i docenti. Così il Miur è dovuto correre ai ripari con una circolare che per l’anno scolastico in corso suggerisce di attivare almeno il 50% del monte ore della disciplina in modalità Clil o, in caso di totale assenza di risorse, di inserire nell’offerta formativa progetti interdisciplinari in lingua straniera.

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