Se l’Italia indugia, la Croazia trangugia

Se continuiamo a tentennare, la Croazia potrebbe prendersi gas e petrolio. Si può riassumere così la lettera pubblicata da Romano Prodi sul Messaggero, con un invito al governo italiano a prendere in considerazione la questione delle trivellazioni nell’Adriatico che, in realtà, ha tutti i toni di un vero e proprio grido d’allarme. Un grido che vuol richiamare l’attenzione sui giacimenti presenti lungo tutta la dorsale dell’Adriatico che potrebbero addirittura raddoppiare la produzione nostrana di idrocarburi (petrolio e metano), portandola a quota 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020, col risultato di far entrare nelle casse dello Stato una somma pari a 2,5 miliardi l’anno. Senza contare la possibilità di riportare in patria tutte le imprese che operano nel settore e che al momento sono impegnate all’estero, o ancora il fatto che in tal modo saremmo meno dipendenti da Russia, Libia e Algeria. Insomma, una previsione niente male.

Il problema (perché ovviamente c’è sempre un problema) è che ci sono mille e mille ostacoli che rallentano ogni decisione dell’Italia al riguardo e ne impediscono qualsivoglia movimento. Con la conseguenza che mentre noi stiamo fermi, qualcun altro non ci pensa su due volte a mettere le mani su quell’immensa risorsa di energia. Gli ostacoli in questione sono rappresentati dalle proteste degli ambientalisti di ogni dove, nonché di tutti i movimenti “No Triv”, uniti e compatti nel denunciare rischi e catastrofi provocati dalle operazioni di trivellamento in mare aperto, ma anche dalle ispezioni volte alla ricerca del prezioso oro nero. Come quelle condotte dalla norvegese Spectrum, che dall’autunno scorso sta setacciando in lungo e in largo i fondali dell’Adriatico per scoprire se e dove siano “sommersi” i giacimenti di greggio e metano, utilizzando delle (intensissime) onde sonore che vanno a nuocere la fauna locale, in primis delfini e tartarughe. Ma ci sono anche le comunità locali che si battono per difendere il loro pezzo di costa, capeggiate da partiti e autorità d’ogni sorta, con Sinistra Ecologia Libertà in prima linea.

La soluzione, dunque, quale sarebbe? Di certo non starsene con le mani in mano. Perché, se l’Italia perde tempo a parlottare e ripensare, i suoi vicini non staranno certo ad indugiare. Quel “qualcun altro”, appunto, c’è, ed è la Croazia. Il governo croato ha già indetto una gara internazionale, circa un mese fa, tra una quarantina di multinazionali, per stabilire chi si debba accaparrare i diritti a trivellare nelle 29 aree in cui ha suddiviso la sua porzione di mare. La questione sollevata dall’ex presidente del Consiglio è la seguente: l’Italia potrà pur decidere di non estrarre quel petrolio o gas che sia per non incorrere in disastri ambientali, ma nel frattempo sarà la limitrofa Croazia ad accaparrarselo tutto. Ed è chiaro a chiunque che le conseguenze di quelle potenziali trivellazioni non potranno essere circoscritte alla sola area croata, soprattutto se consideriamo che la maggior parte di esse sarà situata lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane.

Il governo di Zagabria, come ha dichiarato il ministro degli Esteri in persona, Ivan Vrdoliar, sa bene che il Paese potrebbe diventare il <<gigante energetico dell’Europa>> a tutti gli effetti, sfruttando quei ben 3 miliardi di barili di idrocarburi, stando alle stime. E allora, vien da chiedersi, se i rischi ci sono, se l’impatto ambientale non potrà che essere allarmante, perché non ricorrere alle autorità internazionali per bloccare le trivellazioni croate? Se invece il pericolo non sussiste, o può esser tenuto sotto controllo, perché aspettare? <<Visto che il bicchiere è uno solo non vedo perché la bibita debba essere succhiata da una sola parte>>, commenta ironicamente Romano Prodi, che ricorda pure che l’Italia, nell’ultimo decennio, ha pagato 500 miliardi di euro all’estero per procurarsi la necessaria energia, quando petrolio e metano non le mancano.

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