SELFIE DIVENTA LA CERTIFICAZIONE DELL’ESISTENZA MEDIATICA,SOCIALE E POLITICA.RACCONTA LA STORIA DEL NOSTRO PRESENTE.

 
Selfie 1

Sono visibile? Allora esisto. Non sono visibile? Allora non esisto. In tempi in cui l’immagine pubblica di sé sembra essere l’obiettivo più importante da raggiungere nella vita, allora per far parlare di sé, quando non ci siano competenze o meriti migliori, che richiedono impegno studio disciplina esperienze sul campo, cosa di meglio e di più facile che postare un selfie? Basta un autoscatto realizzato col telefonino, allungando la mano e riprendendosi da soli. Se guardiamo il profilo e l’album delle foto su face book degli amici o dei figli, siamo assediati, travolti, sommersi, da immagini in cui il tema centrale è soltanto l’autorappresentazione: una miriade di autoscatti messi in fila, in cui il soggetto è quasi sempre lo stesso: volti ripresi nel dettaglio. Volti deformati dal grandangolo, volti stralunati, con smorfie, sorridenti o corrucciati, volti solitari o in compagnia. E, ovviamente, meglio con qualcuno che conti (magari anche per valore) o che comunque sia già molto visibile di suo, un personaggio famoso del mondo dello spettacolo, dello sport, ma anche della cultura e della politica. Come se questo irradiasse un merito per se stesso, un significato per vicinanza, per vibrazione, per (improbabile) affinità ed assonanza. “Ero vicino a lui / lei, quindi esisto e valgo”.
Selfie diventa la certificazione dell’esistenza mediatica.

Selfie 2

Il selfie di per sé non è negativo. E’ la motivazione che qualifica i nostri comportamenti anche digitali. Un self può avere un puro valore affettivo, per fermare un momento felice, un’emozione più forte, un incantesimo, una vicinanza a lungo sognata e desiderata, da condividere con le poche persone per le quali quell’immagine può essere bella, emozionante, dolce, tenera, o anche motivo d’orgoglio. “ Se la motivazione è espressiva di un desiderio di condividere un’emozione sentita, un affetto, un momento di gioia, il selfie di oggi è alleato e in linea con la foto ricordo di ieri, i una narrativa, in un racconto personale della vita che può regalarci, a distanza, un nuovo tuffo al cuore, una rinnovata onda di felicità nel rivedere l’istantanea selfie di un momento felice (A. Graziottin).
E Smargiassi ritiene che il selfie non sia egocentrico, al contrario è “un’imprevedibile estensione della tastiera dei nostri messaggi sociali, un nuovo formidabile repertorio della semiotica relazionale che si aggiunge e si intreccia alle parole, alla mimica, ai gesti, all’abbigliamento, al make-up, al tono della voce.

Selfie 3

Il dilagare della moda del selfie ha riportato l’attenzione anche sugli aspetti psicologicoi che sono alla base della tendenza compulsiva agli autoscatti. Lo psicologo americano John Suler in Psycology of the digital age sostiene che il selfie è per lo più connesso ad una mancanza di fiducia in se stessi e ad una scarsa autostima. Il sociologo Christofer Lasch ha sottolineato che lo spostamento dell’interesse libidico verso la propria immagine avviene a prezzo di un completo annullamento del proprio sé reale. Il narcisismo contemporaneo, di cui il selfie è l’ultima manifestazione, implica una totale negazione della propria identità sentimentale. L’amplificazione iperbolica dell’immagine dell’io, a scapito della realtà di questo, comporta un annientamento dell’esperienza. Tutto ciò causa la rimozione del passato e del futuro, la perdita della continuità storica, la scomparsa del senso di appartenenza ad una successione di generazioni, l’appiattimento del vissuto diacronico sull’attualità.

Selfie 4

Il selfie assolve alla funzione, nel bene e nel male, di raccontare la storia del nostro presente. “Un presente “liquido”, per dirla alla Baumann, soprattutto narcisistico, superficiale e non ideologico, certamente instabile, contorto e deformato come le immagini che appaiono sugli schermi dei cellulari e poi inesorabilmente viaggiano in rete”. (G. Colin). La tecnologia rapida, alla portata di tutti, senza sedimentazione di pensiero, ha portato all’idea che il racconto della nostra vita debba essere consumato e dimenticato all’istante.
Il vero rischio del selfie, paradossalmente, è il suo eccessivo successo. Il selfie potrebbe morire di saturazione da selfie. Come dice il fotografo Federico Scianna: “Nessuno può guardare con interesse qualcuno che sta perennemente in posa, soprattutto se è a sua volta occupato a stare in posa pure lui”.

Selfie 5

Il selfie, come manifestazione di maggiore espressione di Facebook, si configura quasi come una nuova arte che si è sviluppata sui social network. L’ immagine scattata a se stessi, in un determinato luogo e con determinate persone o cose, racchiude parole e contenuti visivi, trasmette un pensiero ed un messaggio. Facendo una “scomposizione” del selfie possiamo trarne diversi elementi, che lo compongono:
1) Soggetto principale: la persona che ha deciso di comparire e scattarsi la foto. Il protagonista. Il titolare del profilo in oggetto.
2) Lo sfondo: lo scenario alle spalle ed intorno al soggetto, scelto appositamente per dare risalto alla propria immagine.
3) L’ accessorio: il soggetto/ persona o persone, o la cosa che partecipano alla “ scena” del selfie.
4) L’ atteggiamento: la scelta del profilo e dello stato d’ animo da mostrare attraverso una mimica facciale o gestualità corporea che può essere sorridente, nervosa, pensierosa, soddisfatta ecc…
5) Lo zoom: vicinanza o lontananza della messa a fuoco per evidenziare o meno dettagli e caratteristiche del soggetto e dell’ oggetto presenti nel selfie.
6) Effetti speciali: fotoritocco dell’ immagine per aumentare l’ efficacia della comunicazione.
7) La frase: scelta di una frase attinente o di completamento all’immagine per aumentarne l’ effetto ed il significato e per suscitare maggiore consenso.

E’ chiaro allora che, pur sembrando cosa di facile fattura, il selfie, a meno che non sia il prodotto di una istantanea rubata in un attimo, può essere il risultato di una operazione tecnica ben articolata. In una immagine che apparentemente appare piatta, possono nascondersi allusioni e significati profondi, spesso svelati in maniera inconsapevole, ma anche studiati e pianificati appositamente.

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