Stati Uniti: nuovi provvedimenti per 5 milioni di clandestini

Anche gli Americani sono stati degli immigrati. A ripeterlo è stato Barack Obama, nel discorso tenuto alla Casa Bianca lo scorso giovedì, 20 novembre, in cui annunciava una nuova direzione nella politica sull’immigrazione. La storia la conosciamo tutti, e il presidente degli Stati Uniti ricorda che è bene non dimenticare il proprio passato, per poi fare appello anche alla Bibbia, reinterpretando un passo dell’Esodo rivolto al popolo d’Israele, e annunciando solennemente: «Noi non opprimeremo lo straniero, perché conosciamo il suo cuore. Anche noi, un tempo, siamo stati stranieri».

Si tratta del discorso di 15 minuti pronunciato in diretta tv in cui Obama preannunciava una grossissima svolta in materia di immigrazione. È da molto tempo ormai, e precisamente da quel 2008 che lo vide trionfare per la prima volta alle elezioni presidenziali, che promette di risolvere il problema relativo ai clandestini che vivono negli Stati Uniti. A quei clandestini, cioè, che vivono in territorio americano da anni ed anni, hanno messo su famiglia, e magari hanno anche un lavoro onesto, ma rischiano di essere deportati perché non hanno ancora i documenti in regola che gli permetterebbero di essere cittadini americani a tutti gli effetti. Ed è da molto tempo che se ne discute in Parlamento, a giugno sembrava si fosse arrivati ad una soluzione al Senato, e invece poi la Camera ha bloccato tutto.

Le cose sono andate in questo modo: la riforma elaborata al Senato mediante la collaborazione tra le due parti consentiva ai residenti illegali di ottenere una registrazione provvisoria, che sarebbe poi stata regolarizzata dopo un percorso di tredici anni, a patto che avessero la fedina penale punita e pagassero le tasse arretrate. Ma se a giugno il disegno di legge è passato con un sì al Senato, alla Camera invece non ha ottenuto l’approvazione, a causa delle resistenze dei conservatori (in maggioranza), e così Barack Obama è passato finalmente ai fatti. Il 44esimo presidente USA ha deciso infatti di scavalcare il Congresso e di intraprendere azioni esecutive per regolarizzare ben 5 milioni di clandestini di quei 12 circa che vivono sul suolo americano. Dei 5 milioni di cui ha parlato, almeno un milione è formato da coloro che sono entrati nel Paese illegalmente da bambini.

Per fronteggiare gli attacchi e le resistenze provenienti soprattutto da destra, Obama ci ha tenuto a sottolineare che le sue azioni non soltanto sono legali, ma sono quel tipo di azioni che ogni singolo presidente ha già eseguito prima di lui. I repubblicani, però, non ci stanno, e sostengono che questa volta Obama abbia esagerato, valicando i limiti della Costituzione. Il Grand Old Party vorrebbe fronteggiare il presidente sul piano economico-finanziario. Il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, già membro della Commissione per il bilancio, ha annunciato che ci sono diversi modi per tagliare i fondi alle campagne di Obama, e il Congresso può usare il suo potere in tal senso.

Non si comprende, però, se ai repubblicani non sia andato a genio il fatto di essere stati bypassati dalla Casa Bianca, oppure se siano semplicemente tanto cocciuti da non voler in alcun modo riflettere sulla faccenda. Probabilmente a noi, dall’altra parte dell’oceano, sfugge qualche particolare. Quella che a molti avversari del partito democratico è sembrata un’amnistia vera e propria, in realtà non lo è affatto: perché i clandestini ottengano il permesso di soggiorno è necessario che non abbiano compiuto crimini e non siano membri di una gang; dovranno inoltre pagare tutte le tasse o le multe arretrate, e non godranno dell’assistenza sanitaria. Inoltre, si tratta di residenti negli USA da almeno cinque anni o che abbiano un figlio nato lì, e per di più non si mai parlato di cittadinanza a tutti gli effetti fin da subito, ma soltanto di permessi di soggiorno e di lavoro. Già da questo, pare di capire che Obama non abbia fatto regali a tutti indistintamente. Come egli stesso ha spiegato, un’amnistia di massa non sarebbe stata giusta, così come non lo sarebbe stata una deportazione di massa.

In secondo luogo, dopo il lato “positivo” della riforma, viene anche quello più severo, che va incontro alle richieste di sicurezza dei repubblicani stessi e di gran parte del Paese: maggiori controlli sulle frontiere, e rispedire subito in patria chi cercherà di entrare clandestinamente. A vederla così, sembra una proposta che va incontro a tutti, anche a quella importantissima fetta dell’economia americana che si nutre del lavoro di studenti stranieri in attesa di un visto, che adesso gli sarà riconosciuto: una fetta, è bene ricordarlo, che riguarda specialmente i settori dell’informatica e dell’hi-tech, e che è ampiamente sostenuta dagli stessi repubblicani. Ovviamente va incontro anche agli ispanici che già hanno contribuito in passato al successo di Obama ad entrambe le elezioni, e che, con questo provvedimento, il Partito Democratico può ben tenersi stretti ancora a lungo. Che si tratti di una mossa puramente strategica l’avranno pensato in molti, ma è poco importante: se anche le motivazioni del presidente fossero puramente “elettorali”, la sua causa non diventerà per questo meno giusta.

Giudicare le azioni del presidente americano, però, è impresa ancora più ardua. Questa presa di posizione potrebbe costare cara al Partito Democratico nel prossimo futuro, se i repubblicani decideranno di opporsi ad ogni eventuale collaborazione anche su altri campi. E se i democratici si ritroveranno isolati, e il Paese intero finirà col condividere il risentimento della destra, allora la riforma dell’immigrazione rischierà seriamente di diventare impopolare. La speranza è che il Congresso decida di controbattere nello stesso modo auspicato da Obama: «Votate la riforma dell’immigrazione, e io abolirò subito i miei provvedimenti».

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