STORIA DELL’ISOLA DI VIVARA : IL GIOIELLO CHE UNISCE PROCIDA ED ISCHIA

L’isola di Vivara è una piccola virgola nel golfo di Napoli, appartenente al gruppo delle isole flegree e posta tra Procida e Ischia. Appartenente alle isole flegree e collegata a Procida tramite un ponte (non carrozzabile), l’isola di Vivara prende questo nome, probabilmente, in quanto “luogo in cui vivono animali”, Vivarium, appunto, in latino. Altre ipotesi riguardano il primo proprietario dell’isola, nel XVII secolo, il duca di Bovino, Giovanni Guevara, oppure la derivazione da lingua celtica della parola castoro, poichè un animale molto simile avrebbe popolato le sue terre in tempi remoti. L’isolotto è completamente disabitato, fornisce acqua ad Ischia tramite il ponte sopracitato, è una riserva naturale statale ed è compresa nell’Area Marina Protetta Regno di Nettuno insieme ad Ischia e Procida. Con una particolarissima forma di mezzaluna, Vivara è una porzione di un cratere vulcanico, originatosi circa 55000 anni fa, sommerso ormai da moltissimo tempo. L’anello si completa con il  promontorio di Santa Margherita vecchia a Procida e racchiude lo specchio di mare di cui è riempito chiamato Golfo di Gènito. In epoca romana si pensa che le due isole fossero collegate da una costa rocciosa. Ci sono testimonianze di ritrovamenti archeologici che datano la presenza umana sull’isola addirittura a partire dall’età del bronzo, ma non ci sono moltissime informazioni ricavate in merito, poichè, probabilmente, l’isola a quei tempi non esisteva o era, comunque, un tutt’uno con Procida. Infatti nel passare sul ponte si nota che l’acqua è, in realtà, molto bassa! Una spedizione effettuata, sul finire del 2015, su reperti sottomarini a 14 metri di profondità, condotta dallo studioso Marazzi, responsabile del Centro euromediterraneo per i beni culturali dell’Università Suor Orsola Benincasa, ha evidenziato un’ipotesi di quello che Vivara poteva essere 3600 anni fa, nel XVII secolo A.C. Si parla di un porto fiorente, in pieno commercio con la Grecia micenea, affiancato da un insediamento di capanne e grandi abitazioni a pianta rettangolare, diffuse su tutta l’isola. Dagli anni 70 c’è un crescente interesse nei suoi confronti e di scavi ne sono stati ordinati e condotti parecchi, alcuni dei quali hanno fatto riemergere resti provenienti da 6-9 metri di profondità sottomarina, a testimonianza del fatto che anticamente l’isola doveva essere più estesa e che, se oggi appare in questo modo, è a causa di eventi simili a quelli del bradisismo di Pozzuoli che hanno alterato la costa originaria. Dal XIV secolo, per circa due millenni, l’isolotto è rimasta privo di insediamenti stabili. Nel 1681 poi venne costruita una villa colonica che, ad oggi, è la costruzione più rilevante dell’intero territorio, ampio 0,4 km² con un perimetro di circa 3 km. A prima vista, le sue dimensioni sembrano maggiori a causa delle “altezze”, avendo una punta che si innalza fino a circa 110 metri sul livello del mare, laterali piuttosto ripidi e assenza totale di arenili. Nella punta a Nord detta Capitello è possibile accedere direttamente a Procida e, cosa che non tutti sanno, in basso, alla fine del ponte, c’è un piccolo”ingresso” creato con dei gradini appositamente per la principessa Maria Josè che volle visitarla. La parte più alta dell’isola ne è quasi il centro, ed è adornata con case rurali tra cui la villa colonica sopracitata con forni, frantoi e cantine e una casa padronale.

 

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