Cultura

“Sulo” di Gianni Lamagna

Entri e la scena ti appare spoglia ma essenziale.
Una sedia ed un leggio al centro del piccolo palco.
In alto, due lucine soffuse, una giallina, una rossa, mentre il resto della sala rimane completamente al buio.
Ti accomodi nella confortevole poltroncina e senza alcun segnale lui entra in scena munito della sola chitarra. Gli fai l’applauso e lui ti risponde con un semplice inchino ed un sorriso che non è di circostanza.
Sussurra appena un “buonasera” e un “grazie di essere qui”, poi si accomoda sulla sedia, di quelle comuni sedie impagliate, e, senza mai nominarlo, omaggia Pino Daniele, che non era ovviamente (ahinoi…) previsto nella scaletta dello spettacolo, con un mix tra “Terra mia” e “Chi tene ‘o mare” che ti stringono il petto. L’interpretazione non appare commemorativa, ma sofferta e sentita, un ricordo sobrio che è in fondo lo stile di Gianni Lamagna.
Stiamo assistendo a “Sulo” (ed ora sappiamo il perché di quel titolo), il concerto di Gianni Lamagna, Artista poliedrico, cantante, musicista, autore, attore e tanto altro. Non sai mai come mettere in ordine questi attributi, prima l’uno, poi l’altro, è identico.
Senza spendere altre parole si entra nello spettacolo, quello da scaletta, per quanto conti una scaletta visto che Gianni Lamagna introduce ogni pezzo parlando allo spettatore come nel salotto di casa, preciso nella descrizione, con l’accenno storico del tempo e dell’autore ed i perché di quella canzone.
Sono tutte canzoni forse tra le meno popolari, non di cassetta né oleografiche, da cartolina, ma niente tolgono alla loro intrinseca bellezza, allo stile classico inteso nella sua più alta nobiltà, se solo consideriamo che a cantarle erano una Gilda Mignonette o Salvatore Papaccio, Elvira Donnarumma o Maldacea. Per non parlare degli Autori, dei quali Gianni Lamagna ne fa un ritratto vivo prima d’ogni canzone, da Ferdinando Russo a Libero Bovio, da Ernesto Tagliaferri a Rocco Galdieri…
In questo repertorio non c’è mai la mamma che piange o il rivale in amore da infamare e punire, casomai c’è l’intimismo del bene e della sofferenza, una ricerca accurata di “pezzi” che vanno dritti alla coscienza dell’ascoltatore.
Gianni Lamagna si concede una “pausa” ricca d’atmosfera, trasportandoti su una panchina di Via Orazio o di Via Petrarca, con Napoli ai tuoi piedi, in una calda serata estiva dove socchiudere gli occhi è tutt’uno con l’abbracciare il proprio amore. Si esibisce in uno straordinario, viscerale, patito mix di “Piscatore ‘e Pusilleco” e “Silenzio cantatore” ed è l’unica “trasgressione” veramente “romanticamente classica” di quel suo antico repertorio. Quella voce vellutata, quello stile interpretativo unico vale tutta intera quella “trasgressione”… Chapeau!
La serata non finisce qui. C’è la parte altrettanto nobile del suo repertorio da chansonnier partenopeo più recente.
“Se po’ sunà”, che chiuderà lo spettacolo, ti accompagnerà fino a casa col dolce sapore della musica veramente patrimonio culturale della nostra città, lasciandoti il desiderio di tornare a sederti in quella sala con davanti la sedia, un Artista e la sua chitarra…
Questa meravigliosa voce di Napoli annovera un album musicato e da lui stesso arrangiato sulle poesie del grande Totò ed una di queste, nella scaletta dello spettacolo, vi farà rivivere come in un film le travagliate storie d’amore del grande comico partenopeo, una delizia per i palati fini…
Così come oggi, sempre presente nell’attualità perché Gianni è sì voce ma anche persona impegnata nel sociale, vi lascerà un pezzo doloroso e rabbioso sulla Terra dei Fuochi, tratto dalla poesia di un nuovo poeta napoletano*. Una specie di bolero di protesta, un crescendo di sensazioni.
Gianni Lamagna è stato definito “un artista dell’ottocento sperduto nel mondo contemporaneo”.
Lo ascolti e capisci che stai ascoltando Arte nella più nobile delle sue espressioni.
Gianni Lamagna merita ancora di più ma se glielo chiedete, inconsapevole o meno delle proprie capacità, vi risponderà che lui canta con il cuore per raggiungere i cuori, perché, alla fine, il suo percorso è un atto d’amore, per la città e per le sue eterne canzoni.

* Carlo Fedele in Se qualcuno cercasse di me.

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