Take away e cibi pronti, in Italia un business da 5,5 miliardi

Sono le abitudini di vita che ci portano – salvo rare eccezioni  di chef dilettanti – a dedicare sempre meno tempo alla spesa quotidiana e alla preparazione di cibi in casa.
Più della metà dei lavoratori, infatti, mangia fuori casa durante il pranzo, mentre la maggior parte delle persone consuma la cena tra le mura domestiche. Non è detto, però, che anche di sera ci sia il tempo o la voglia di preparare elaborati manicaretti. Ecco allora che è esploso anche in Italia – e sta crescendo anche in Fvg – il fenomeno del ‘food delivery’, la consegna a domicilio di piatti e persino interi menù.

Certo, a volte si spende un po’ di più rispetto al ristorante, ma si guadagna in comodità. Prima del delivery – e soprattutto prima delle app che ne aumentassero esponenzialmente la diffusione – esisteva già il take away, tradotto come cibo per asporto, che riguardava soprattutto le pizzerie, il fast food o il cibo etnico (su tutti kebab e cinese). Quando parliamo di cibo da asporto è la preparazione alimentare acquistata in ristoranti o altri locali di produzione e vendita, che il cliente intende consumare altrove, a casa propria o come cibo da strada. Nella lingua italiana è anche molto usato il forestierismo inglese take away.

 Oggi, si sa, l’offerta si è ampliata, ma, a guardar meglio, si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto le città e i centri più grossi. Nei paesi resiste orgogliosamente la pizza al taglio.
“I cosiddetti ‘take away’, pur essendo contenuti nei numeri, sono un fenomeno in crescita, evidentemente associata al cambiamento delle abitudini di degli ultimi anni e alla comodità e rapidità del servizio, che risponde in modo immediato alle esigenze di famiglie sempre più impegnate fuori casa, per il lavoro o altre attività – commenta Giovanni Da Pozzo, presidente della Camera di commercio di Udine e Pordenone -. Inoltre entra in gioco anche la tecnologia. Il take away è spesso abbinato alle app che consentono di prenotare e anche farsi consegnare il cibo, un fatto che si sta diffondendo sempre più ed estendendo anche ad altri comparti della ristorazione, per così dire, più tradizionali e ad altri tipi di servizi”.

“La tendenza è chiara: il pasto fuori casa prevale – sottolinea Carlo dall’Ava, imprenditore e presidente Fipe Udine -. La differenza con il recente passato è la qualità del prodotto. I clienti, anche i turisti stranieri, sono sempre più evoluti, più sensibili e attenti, per cui frequentano un certo locale perché prepara un determinato piatto. E da noi, a differenza delle grandi città, funziona ancora molto il passaparola, mentre i siti specializzati nella valutazione non sono ancora ritenuti in grande considerazione”.

L’esperienza diretta di un imprenditore, Luca Buonocore, titolare di Tony’s pizza a Udine e a Pradamano, racconta la quotidianità dei clienti del take away.
“La differenza tra la clientela di città e quella in paese è abbastanza netta – spiega -. A Udine lavoriamo di più a pranzo, per chi mangia un trancio di pizza veloce durante la pausa dal lavoro o dalle lezioni, mentre in paese c’è più richiesta di sera o d’estate, in genere per cene tra gli amici. In entrambi i casi, comunque, è aumentata la richiesta di ricevere il cibo a domicilio, piuttosto che venirselo a prendere”.

Dati alle mano le aziende censite nel 2019 sono 37.966, mentre gli addetti sono 112 mila contro i 109 mila dello scorso anno, con una crescita del 3%. A guidare il giro d’affari è l’Emilia Romagna, prima tra le regioni con 1,5 miliardi, seconda la Lombardia con 1,3 miliardi e terzo il Lazio con 840 milioni. Tra i territori è Roma in testa con 784 milioni, seguita da Ravenna con 578, Milano con 332, Monza con 300, Parma con 291, Modena con 239, Napoli con 195, Brescia con 182, Rimini con 147, Bergamo con 134, Mantova con 125, Pavia con 118.

Il maggiore numero di imprese in Italia è presente nella Capitale (3 mila imprese, +1%), seguita da Napoli (1.977, +0,4%) e Milano (1.922, +2%). Subito dopo Torino (1.534), Bologna (839), Catania (836), Bari (809), Brescia (804). Le zone crescono di più sono Lodi (116 imprese, +8%), L’Aquila (169, +7%), Genova (768, +7%), Prato (134, +6%).

“La ristorazione senza somministrazione- commenta il consigliere della Camera di commercio di Milano, Monza, Brianza, Lodi Annarita Granata – è un settore in cui convivono forme tradizionali di preparazione dei cibi da asporto come le rosticcerie e altre emergenti, innovative nel prodotto e nel servizio”. “L’importante in ogni caso è mantenere alta – aggiunge – la qualità dell’offerta valorizzando anche il territorio e i suoi prodotti, in un settore come quello del food che rappresenta una delle eccellenze del made in Italy nel mondo”.

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