The Oplontis Project: la villa di Poppea torna in vita

«Piero Guzzo mi disse di creare un programma che, in linea di massima, doveva prevedere, per la nostra collaborazione, lo studio e lo scavo così come approvati dalla Soprintendenza e dal Ministero. Pensare che è nato tutto durante una discussione in vacanza tra me e Michael».

Con un italiano perfetto scadenzato da un accento americano, il professor John R. Clarke racconta gli ultimi 35 anni che lo legano alla città di Torre Annunziata ed al parco archeologico di Oplonti, da quando nel 1980 lo visitò la prima volta. «Era il primo anno che insegnavo all’Università del Texas e quando venni qui restai stupito. Sono specializzato nello studio dei mosaici e delle pitture dal I al III secolo ed in quel periodo stavo scrivendo un libro sulle case italiane di epoca romana. Oplonti, con la villa A, mi ha dato una grande ispirazione, con i suoi tre stili, il II, il III ed il IV, gli ambienti dipinti, i pavimenti ed i marmi».

Condirettore della ricerca è il professore Michael L. Thomas, legato al professor Clarke anche da un profondo rapporto di amicizia. «La prima volta che sono venuto qui – dice il professor Thomas – era nel 1992, da studente. Sono ritornato nel 1996 per fare studi nella zona est della villa A, ma solo nel 2005 abbiamo iniziato questo progetto. Questo è un posto bellissimo, scavato ma mai studiato in senso completo. Il nostro intento era ed è di fare uno studio di tutto, soprattutto gli affreschi, i mosaici e l’architettura che è il mio campo».

Professor Clarke, qual era l’idea iniziale del progetto?

« Di lavorare con la villa più bella della zona pompeiana e di Napoli. Visto che già avevo scritto qualche articolo su pitture e paesaggi che furono pubblicati, sembrava logico proseguire qui queste ricerche».

Professor Thomas, quale sarà il fine di questo progetto?

«L’Oplontis Project prevede una piattaforma Open Access con un modello 3D del sito archeologico che potrà essere utile sia alle scuole che agli studiosi futuri. Si potrà navigare all’interno delle ville, scoprire com’erano e vedere come sono adesso, arricchirle con i mobili dell’epoca e scoprire anche cosa mangiavano all’epoca. Vogliamo fornire i mezzi, il materiale che abbiamo trovato e schedato agli studiosi futuri così chi si interesserà di materie specialistiche sarà avvantaggiato per il lavoro che già abbiamo fatto».

«Abbiamo impiegato 4 anni – riprende il professor Clarke – 2 architetti, 2 modulatori, 1 artista e 300 mila dollari per fare questo modello. Il nostro dovere è di creare un ricordo di com’è oggi e com’è stato in antichità. Anche il libro, suddiviso in 4 volumi, sarà in formato digitale».

Chi paga questo studio?

«L’università americana e fondi internazionali. Il presidente della nostra università ha deciso di investire una somma grandissima per la ricerca, coinvolgendo studiosi di tutto il mondo e specialisti dall’università del Texas».

Gli studi sono finalizzati solo alla ricostruzione delle ville?

«Assolutamente no. Pensi che alcuni studi di geologia seguiti dal professor Di Maio hanno scoperto una falesia e ricostruito l’antica spiaggia che va da Capo Oncino alla foce del Sarno. Altri studi di biologia sono stati seguiti dai professori Gaetano Di Pasquale e Massimo Ricciardi sulla biologia antica, per conto dell’Università Federico II. Hanno anche contribuito al primo volume del progetto, che uscirà a breve, con articoli sia in inglese che in italiano. Il titolo è “Il passaggio antico e la riscoperta moderna”».

«Abbiamo un equipe – incalza il professor Thomas – che sta studiando le 600 anfore trovate nei siti. La prossima settimana scienziati da Cosenza, da Roma e dalla Federico II vengono a fare un programma per lo studio dei residui  trovati in queste anfore che serviranno ad avere un idea del tipo di vitigno dell’epoca».

Cos’altro avete scoperto delle Ville?

«Abbiamo trovato numerosi frammenti che contribuiscono molto alla conoscenza di com’era all’epoca. Probabilmente era la villa più ricca, forse anche più di quella dei Papiri. La decorazione marmorea era di altissima qualità ed inoltre era arricchita da capitelli e sculture stupende. Al momento dell’eruzione la villa era una cava, stavano vendendo molte cose dopo il terremoto del 62 d.C. Nonostante questo sono state trovate sculture di altissima qualità tra cui due Nike e le Hermes»

C’è chi però accusa che questi lavori sono finanziati dalle Università americane perché traggono profitto dalle mostre degli ori di Oplonti che si terranno in America.

«Il progetto non è nato per questo, l’idea delle mostre è venuta dopo. Inoltre le mostre che si terranno saranno discrete perché organizzate per gli studenti ed un pubblico interessato, infatti saranno allestite nelle università. La presenteremo con il titolo “Leisure and Luxury” per sottolineare la differenza tra le due ville, una fastosa e ricca e l’altra che era un polo commerciale. Stia tranquillo, gli americani non vogliono prendersi gli ori di Oplonti».

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