Venezuela, un anno dopo

Mentre gli occhi dell’Italia e dell’Europa sono puntati sull’Ucraina, qualcosa sta succedendo dall’altra parte del mondo, in Venezuela. Qualcosa che dovrebbe suscitare preoccupazione, indignazione, o quantomeno il nostro interesse, e che invece sta passando sorprendentemente inosservato. A un anno e pochi giorni dalla morte di Chavez, il suo pupillo e successore Nicolas Maduro se la deve vedere con un diffuso malcontento e proteste di piazza, che da un mese a questa parte infiammano il Paese, da Valencia a Caracas, allo stato di Tachira.

La miccia che ha fatto esplodere la rivolta è stato un tentativo di stupro in un campus universitario, avvenuto lo scorso 4 febbraio, ed è chiaro, quindi, che gli proprio gli studenti siano stati i primi a brandire l’arma delle manifestazioni di massa. Poi è toccato ai medici scendere in campo per manifestare il proprio disagio. Intanto, anche la giornata di mobilitazione pacifica nazionale organizzata dagli stessi studenti e dall’opposizione venezuelana a Caracas per il 12 marzo si è conclusa con altri scontri che vedevano manifestanti da un lato e polizia dall’altro. Negli ultimi trenta giorni, il bilancio delle vittime si aggira intorno ai 30 morti e oltre 200 feriti, ma potrebbero essere molte di più, chi lo sa.

Perché è proprio qui che sta il punto della questione: mentre (quasi) nessuno ne parla, la censura regna sovrana in Venezuela, e così quel che riesce a trapelare è davvero poco. C’è anche chi parla sul web di uomini armati e incappucciati che irrompono negli ospedali e nei pronto soccorsi per trafugare i corpi dei morti e farli sparire. Difficile sapere dove stia la verità. Quel che sappiamo è che nel Paese imperversano bande di motociclisti, i Tupamaros, che innalzano barricate per le strade, sparano all’impazzata e seminano terrore tra la popolazione. E se all’inizio questi killer che collaborano con le forze dell’ordine della Guardia Nacional Bolivariana giravano incappucciati, adesso hanno abbandonato qualsiasi copricapo, tanta è la certezza di poter fare quello che vogliono, con la legge dalla loro parte. Il web e i social network sono gli unici strumenti che il popolo venezuelano può adottare per diffondere le immagini di ciò che sta accadendo in questi giorni. La TV non è più libera (d’altronde non lo era già ai tempi di Chavez), e chiunque tenti di diffondere un briciolo di informazione dall’interno rischia finanche la galera, come è accaduto a qualche esponente dell’opposizione. Da Parigi Reporter senza frontiere annuncia che ormai la censura si sta allargando anche ai mezzi informatici per tentare di ostacolare la fuoriuscita di notizie dal Paese.

Ma se gli occhi dell’Europa, o almeno quelli degli Italiani, si erano posati sulle vicende della vicina Kiev, qualcuno gettava uno sguardo anche alla Repubblica Bolivariana: erano gli onnipresenti Stati Uniti. Quella tra i due Stati americani è una relazione lunga e complicata. Si sa che gli Stati Uniti si riforniscono di petrolio anche dal Venezuela, e che quest’ultimo era intervenuto nella ricostruzione delle zone devastate dall’uragano Katrina con sovvenzioni e finanziamenti; ma si sa altrettanto bene che il governo di Washington non ha mai visto di buon occhio il regime di Chavez, né si può dire che questi provasse simpatia per gli yankees del Nord. Forse bisognerebbe spingere più a fondo l’analisi dei rapporti economici che legano le due potenze, e forse altrettanto bisognerebbe fare per comprendere il perché dell’appoggio a Maduro da parte degli altri leader sudamericani. Limitandoci ai fatti, all’espulsione dal Venezuela di tre ambasciatori statunitensi, Barack Obama ha reagito invitando tre ambasciatori venezuelani a fare le valigie e andare via, mentre anche la CNN lasciava il Paese dell’America latina, spinta dalle costanti minacce e pressioni.

Certo, chi sta vivendo tutto questo sulla propria pelle in questi giorni, forse è più preoccupato delle proprie condizioni di vita che della censura o di quel che pensano all’estero. Il governo di Caracas non assicura più cibo e mezzi di prima necessità, né tantomeno protezione. Nei negozi, gli scaffali sono vuoti, e gli alimenti che noi oggi diamo per scontati, come il pane, la farina, il latte, lì possono diventare un lusso. Durante la trasmissione radiofonica “En contacto con Maduro”, il presidente ha ricordato che in Venezuela la sanità è gratuita (a differenza di quanto accade negli Stati Uniti e in Europa, ci ha tenuto a sottolineare), le pensioni aumentano e il salario minimo è il più alto dell’America latina. Magari sarà vero, com’è altrettanto vero che anche il tasso di criminalità è uno dei più alti in tutto il mondo, e che l’inflazione si aggira tra il 55 e il 60%. I dati diffusi dall’Osservatorio venezuelano sulla violenza parlano di una media di 65 omicidi al giorno su una popolazione di 29 milioni di abitanti.

Forse è tempo che il presidente Maduro abbandoni le teorie complottiste e cospirazioniste, lasci da parte gli Stati Uniti e si concentri su quel che succede davanti ai suoi occhi. Ormai lo spauracchio del capitalismo americano che vuole a tutti i costi penetrare in ogni angolo del mondo non funziona più, e gloriarsi di mantenere la patria libera dall’invasore non giova a nessuno se intanto il Paese sta annegando.

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