Approfondimenti

Paure ed incertezze, il COVID-19 non sarà un semplice ricordo

“Gli uomini non sono prigionieri dei loro destini, ma sono solo prigionieri delle loro menti”, diceva Roosevelt ed è forse quello che ci sta accadendo oggi dopo la tregua dell’emergenza sanitaria. Questo virus infimo e silenzioso si è preso il mondo mentre noi lo ignoravamo, fino a stravolgere totalmente le nostre abitudini quotidiane e suscitando in noi tanti interrogativi, ricalibrando le nostre priorità, imponendoci di fare i conti con la nostra interiorità nel periodo di lungo confinamento in casa.

Le nostre sicurezze sono state spazzate via da una nuova realtà che ancora oggi stentiamo ad accettare: non tutte le persone hanno reagito allo stesso modo nel countdown verso la libertà, alcune sono entusiaste nonostante tutte le accortezze del caso, altre hanno paura o negazione nei confronti di questo nuovo mondo, sviluppando la cosiddetta “sindrome della capanna” o del “prigioniero”, che fa riferimento a quelle persone che hanno vissuto abbastanza bene il confinamento e non hanno più voglia di ritornare alla vita di qualche mese fa, piena di impegni e corse contro il tempo.

E’ un mix di paura e di insicurezza, di tristezza o ansia per il cambiamento che ci troviamo davanti, unito alla mancanza di un obiettivo: non è un disturbo mentale, ma viene associato a una condizione particolare annessa a un lungo periodo di clausura, come per esempio una malattia, una condizione patologica o nel caso che abbiamo appena vissuto, la pandemia.

Siamo diventati vulnerabili, ci sentiamo senza alcun punto di riferimento, ma dobbiamo capire che la paura di per sé non è una cosa negativa, è una caratteristica dell’uomo: la scarsa voglia di vedere gli amici e di percepire la città come qualcosa di apocalittico è perché abbiamo bisogno di costruire un nuovo equilibrio, fisico e mentale.

«Voi non potete obbligarmi. A Firenze un nonno ha preso la multa perché era in strada con i suoi nipoti», queste sono le parole di un bambino milanese di sette anni rivolte al papà: non vuole uscire, rispetta le regole e ha paura. Il padre infatti, confessa in quest’intervista al “Corriere della Sera”, che il comportamento del bambino sia dovuto al fatto che “non voglia rimpiangere ciò che pensa di aver perso per sempre”, non chiama i suoi compagni, non vuole nemmeno fare un giro in casa e anche quando il padre lo rassicura, preferisce invece dell’incerta libertà, soffrire un po’ meno rinunciandovi.

Aver vissuto una pandemia è un trauma con cui dovremo imparare a convivere per sempre, secondo il libro The Psychology of Pandemics, poiché tutti potremo temere di stare in mezzo a tante persone e di contrarre il virus oppure di infettare un amico o un parente, di fare un viaggio in treno o in metropolitana. Lo psicologo e psicoterapeuta Minelli, sostiene infatti che “La paura e la diffidenza verso l’altro non ci abbandonerà tanto presto” ed aggiunge “quando usciremo di casa potremo avere sintomi diversi e soggettivi, ma faremo fatica a fidarci di nuovo degli altri: il contatto ravvicinato ci farà paura per un po’ di tempo. Questo porterà probabilmente a comportamenti di freddezza ed a uno stato di allerta costante”.

Quindi possiamo dire che uscire di casa significherà rimettersi in gioco, con tante possibilità e tante preoccupazioni e impareremo anche a stare insieme in un modo diverso a sperimentare un senso di comunità mai visto precedentemente e per parafrasarla come la poetessa Antonia Gravina: “Ogni storia ha una sua fine, ma non è la fine della vita, è solo l’inizio di esperienze nuove.”

 

A cura di Erika Siciliano.

 

Potrebbe piacerti...