Approfondimenti

Achille della Ragione, ecco il mio Grand Hotel: carcere di Rebibbia

Prima di procedere all’intervista vogliamo sottolineare che il libro di cui parleremo: Grand Hotel: carcere di Rebibbia di Achille della Ragione (fig.1), 192 pagine con oltre 100 foto a colori, è consultabile integralmente sul blog dell’autore: www.dellaragione.eu o digitandone il titolo su internet, mentre per il cartaceo, che sarà in vendita in tutte le librerie italiane, bisognerà attendere settembre, perché la I edizione è andata esaurita in 2 settimane.
Passiamo ora alla prima domanda:
“Quale è stato lo stimolo che le ha fatto scrivere questo libro che, se non mi sbaglio è il suo 127 in ordine cronologico?”

“Esatto, ho cominciato a scrivere negli anni Settanta e da allora non mi sono più fermato, né ho intenzione di fermarmi. A parte le pressioni del mio editore, sicuro che il volume diventerà un best seller, da tempo ritenevo di rendere di dominio pubblico questi 30 mesi della mia vita, di cui non si parla nella mia pur esaustiva autobiografia, che invito il lettore a consultare sul mio blog, dove vi è uno spazio dedicato, intitolato I miei primi 70 anni, scritto in occasione del compimento di quella età fatidica ed in seguito continuamente aggiornato per un totale di 30 capitoli illustrati con oltre 500 foto.
Il libro su Rebibbia vuole far conoscere all’opinione pubblica una realtà che spesso viene ignorata e che viceversa dovrebbe essere conosciuta da tutti i cittadini, perché la civiltà di un popolo si giudica in base al trattamento che riserva ai detenuti.”

“Nel libro vi sono molte foto nelle quali lei è ritratto in compagnia di personaggi famosi:ministri, docenti universitari, parlamentari, scrittori ed attrici, come hanno accolto le sue spiritose descrizioni, che mi risulta siano state lette dai diretti interessati? Hanno confermato il suo racconto, tra serio e faceto, o hanno voluto fare delle precisazioni?”

“Ho ricevuto da tutti i professori del corso di Giurisprudenza attestati di stima e congratulazioni.
Il professor Diliberto , oggi preside della facoltà alla Sapienza: “Caro Achille (posso chiamarla per nome?), ho appena ricevuto e letto subito il suo libro. La parte che mi riguarda mi ha molto divertito e anche – confesso – un po’ commosso. La ringrazio davvero di cuore e, come ha scritto nella graditissima dedica… speriamo a presto! Un caro saluto, Oliviero Diliberto”
Il professor Murra, mi ha segnalato che tempo fa aveva scritto su di me su una rivista cartacea da lui diretta e mi ha inviato il relativo link per consultare l’articolo:
http://www.rodolfomurra.it/2013/11/06/per-achille-il-telefono-del-ministro-non-squilla/
La professoressa Ricci Stephenson ha letto 2 volte il libro e mi ha segnalato qualche piccolo refuso.
Le professoresse Razzano e Di Fusco, delle quali ho lodato non solo la cultura, ma anche la bellezza, si sono lusingate dei raffinati complimenti elargiti da un riconosciuto intenditore del fascino muliebre.
Salvatore Cuffaro, già governatore della regione Sicilia mi ha invitato ufficialmente in autunno a presentar il libro a Palermo in consiglio regionale.”

“Chi legge il libro e non conosce le sue celebri bravate immagina che molti degli episodi raccontati siano frutto della sua fertile fantasia, perché il personaggio che lei interpreta somiglia più a Nembo Kid che ad un affermato professionista, plurilaureato, ma soprattutto anziano e gravemente ammalato. Ci assicura che è tutta verità.”

“Quando ho potuto nell’appendice documentaria o attraverso le foto ho fornito una prova tangibile che ciò che narro è veramente accaduto. Il testo dei discorsi  tenuti ai vari ministri in visita ufficiale, sono stati riportati integralmente nei giorni successivi sui più importanti quotidiani italiani, mentre gli incontri con i personaggi dello spettacolo sono stati immortalati dalle foto che mi ritraggono in compagnia di Serena Autieri e Veronica Pivetti.”

“Ha dimenticato di dire qualcosa e vuole approfittare di questa intervista per rimediare?”

“Per la verità infiniti episodi degni di essere citati non li ho raccontati per non appesantire la mole del libro, ma voglio approfittare di questa occasione per rimediare, partendo, in ordine di importanza, dal non aver ricordato tra gli intervenuti alla presentazione pubblica del mio libro il celebre notaio Vanni Gentile, venuto appositamente per applaudirmi da Rodi Garganico, uno sperduto paesino della Puglia e portando con lui l’ispettore di polizia Angelo Lacroce e la illustre professoressa Carla Mercadanti, i quali, opera meritoria, acquistarono numerose copie del mio libro da regalare ad amici e parenti.
Proseguo rammentando che per circa due anni, approfittando del mio compagno di cella arabo Mohamed, ho intrecciato una fitta corrispondenza epistolare in arabo con mio genero Soufiane, il quale, sapendomi coltissimo, credeva che parlassi correntemente la lingua di Maometto.
Concludo con l’argomento più serio: l’epidemia di suicidi che, ignorata pervicacemente dalla stampa, dilaga in tutti i penitenziari e che nell’appendice documentaria riassumo in una breve lettera dal titolo eloquente:” Pena di morte? No suicidio di Stato”, nella quale ipotizzo che il governo pensi che il gravoso problema del sovraffollamento si possa risolvere spontaneamente attraverso questa inarrestabile catena di suicidi forzati.”

“Con qualche vecchio compagno di sventura è rimasto in contatto?

Certamente, con molti, in primis con Marco Costantini, giunto oramai al fine pena ed attualmente in affidamento ai servizi sociali; durante il giorno impegnato attivamente nel partito radicale, un movimento a me particolarmente caro che, nel 2001 ebbe l’onore di presentarmi nelle sue liste per l’elezioni al Senato, quando risultai il candidato più eletto in Campania, ma  non divenni senatore perché per un soffio non si raggiunse il quorum. A lui è collegato Amedeo Picano, assiduo lettore dei miei libri, di cui mi parla poi nelle sue lettere.
Salvatore Cuffaro, più che un amico è un fratello e spero vivamente che, finita la pandemia, si possa realizzare la presentazione del mio libro a Palermo. Peppiniello o siciliano è diventato un noto imprenditore e cerca di dimenticare il passato.
Lorenzo Mazza, vive in Francia, ci sentiamo spesso per telefono, ha cambiato mestiere, da truffatore di alto bordo a commerciante internazionale di giocattoli.
Anche Pasquale Gissi ha dovuto cambiare strumenti di lavoro: ha lasciato la pistola ed ora impugna il pennello con cui mette a nuovo a Roma le case dei ricchi.
Con molti altri ho contatti su face book, tra questi il più caro è Tonino Vicedomini compagno di cella, da tempo trasferitosi in Germania.”

“Se potesse tornare indietro nel tempo cambierebbe qualcosa del suo comportamento?”

“Se avessi potuto leggere in una palla di vetro il verdetto del mio processo, conclusosi vergognosamente con 10 anni di reclusione, avrei accettato i 2 anni ed 8 mesi che avrei potuto accettare in sede di patteggiamento e che rifiutai sdegnosamente perché ero innocente con prove schiaccianti, che sono state ridicolizzate durante il dibattimento.
Per quel che riguarda il lungo periodo di latitanza mi comporterei nello stesso modo, perché il purgatorio non sarebbe durato all’infinito, ma si sarebbe concluso entro il 2016 con l’estinzione della pena ed il ritorno a casa.

“L’ultima domanda riguarda il suo famoso ricorso alla Corte di Strasburgo, bisognerà attendere ancora molto per conoscere il verdetto?”

“Per rispondere dovrei di nuovo leggere nella palla di vetro. Che in Italia la giustizia non funziona è oramai acclarato, con processi penali che attendono pazientemente in appello la prescrizione, mentre la durata di quelli civili si misura in decenni, cosa che ho sperimentato personalmente in un procedimento per ingiusto licenziamento intentato nel 1978 nei confronti dell’ospedale dove lavoravo e che si è concluso (favorevolmente per me) dopo 4 lustri.
Ma che anche la Giustizia europea sia un modello di malagiustizia non è noto all’opinione pubblica.
Il mio ricorso (come ampiamente illustrato nell’appendice documentaria) è stato recepito da quasi un decennio (capita a meno del 3% dei ricorsi) e sono stati riscontrati ben 8 violazioni del diritto di difesa. In genere, una volta recepito, segue una sentenza di  cancellazione della condanna, che sostituisce il giudizio decretato dalla magistratura del Paese membro che  si è pronunciato sulla vicenda. Quando la pena è stata già scontata, come nel mio caso, scatta un risarcimento pecuniario, anche se non vi è cifra che possa restituire gli anni rubati alla vita del condannato ed ai suoi familiari. Nel mio caso, secondo le tabelle attualmente in vigore, si tratterà di poco meno di un milione di euro, cifra che, detratte le spese di pubblicazione della sentenza sulla prima pagina di tutti i quotidiani italiani, sarà devoluta in beneficenza, sperando che ad occuparsene non dovranno essere i miei figli, ai quali ho già dato precise istruzioni: un terzo alle suore di Madre Teresa di Calcutta, un terzo al Don Orione, che si occupa dei disabili e l’ultimo terzo all’Istituto Colosimo che assiste i ciechi”.

Adele Capuano 

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