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Tradizioni popolari e dialetto puteolano

Oltre ai festeggiamenti nella importante ricorrenza di San Gennaro il 19 settembre, il 15 agosto viene festeggiata l’Assunta con la competizione del cosiddetto palo di sapone. Un pennone in legno viene tenuto in posizione quasi orizzontale su un molo del porto e cosparso di sapone. I concorrenti locali provano a turno a raccogliere delle bandierine poste all’estremità del palo, cadendo, nella maggior parte dei casi, a mare. La sera la ricorrenza viene festeggiata con una processione e con un bellissimo spettacolo di fuochi d’artificio.

Il Santo Patrono di Pozzuoli, San Procolo, co-martire insieme a San Gennaro, viene festeggiato il 16 novembre; i festeggiamenti in suo onore, però, si svolgono la seconda domenica di maggio.

Il dialetto puteolano è una variante della lingua napoletana con delle connotazioni proprie singolari, in particolare nella fonetica, che risulta talvolta molto diversa dal napoletano e con analogie con quella di Torre Annunziata, situata specularmente sul mare rispetto a Napoli. Il dialetto puteolano è considerato di difficile comprensione perfino dagli stessi Napoletani.

Pozzuoli era un movimentato porto commerciale, ed il suo dialetto è un misto di più idiomi, da gente proveniente da tutte le parti del mondo. La prerogativa della cadenza prolungata sembra sia dovuta, ai venti che battono la costa. Infatti si dice che, dalle barche in mezzo al mare, i pescatori gridassero magari: “Mammaaaaaaaaaaaaa”, ed a terra giungesse la forma contratta “Mamma”. Altri dialetti, molto simili al puteolano si ritrovano a Torre del Greco, a Paternò, nella bella ma lontana Sicilia, ed anche a Furore, nella costiera amalfitana. Il dialetto puteolano, ha una enorme varietà di vocaboli strani che lo formano, per esempio, il blu jeans, è chiamato “degheris” o “tegheris”, a seconda delle zone di provenienza di chi lo pronuncia; infatti la caratteristica più singolare di questo dialetto è la particolare inflessione che variando da posto a posto, riesce a volte, a rendere quasi incomprensibile qualche parola. Sono in pochi ormai, coloro i quali sanno parlare il puteolano vero.

La sensazione che si prova a sentire il dialetto di una volta, ed il puteolano moderno, è la stessa sensazione che si prova bevendo in buon bicchiere di vino genuino, e poi se ne beve un altro bicchiere aggiungendo al vino dell’acqua. Indubbiamente il gusto e la qualità sono sempre quelli, ma il vino se è stato diluito, non lascia più in bocca un gusto pieno, ma solo un vago ricordo di una bontà sbiadita!

E’ veramente un peccato che oggi non si ricordi più il dialetto di una volta, perché comunque aveva delle caratteristiche molto belle e varie, infatti le molte persone, provenienti da vari parti del mondo, che qui giungevano per affari, avvertivano l’importanza di comprendersi reciprocamente per poter concludere affari vantaggiosi per tutti. Da ciò probabilmente, nacque la necessità di usare un linguaggio che fosse frammisto di vocaboli vari e comprensibili a tutti, insomma, in sintesi una specie di primordiale “esperanto” di casa nostra. Altra nota simpatica, è il dialetto dei suonatori, che era usato dai gruppi di musicanti, che si proponevano per matrimoni e feste varie; anche se questo linguaggio pare fosse adottato proprio dai suonatori in genere, anche in altre zone limitrofe.

Di recente sull’argomento si è pronunciato, dalle pagine de Il Mattino, Roberto De Simone , il quale ha solennemente dichiarato:” La lingua di Pozzuoli sfugge all’italianizzazione forzata della televisione e agli imput dell’era global. I vocianti pescatori e gli eredi del Rione Terra si intendevano foneticamente con muti tronacamenti sillabici e frasi idiomatiche, che conferivano ai dittonghi puteolani un tono unico e uno stile di nobili ascendenze. Mentre l’italiano di matrice televisiva a partire dagli anni Cinquanta si modellava su un realismo dialettico manierato e falso, che lo rendeva meccanicamente retorico e ipocritamente unitario, il granitico dialetto puteolano è sempre vivo, forse spinto da endogeno bradisismo linguistico quasi Serapeo millenario, quasi isola di Pasqua nell’oceano della dimenticanza massificata, quasi misteriosa e gigantesca scultura in pietra della stessa isola, icona di un’abissale divinità, tuttora indistruttibile: la facoltà di esprimersi e comunicare con i suoni tradizionali della propria storia”.

Nel dibattito ha fatto sentire il suo parere anche l’assessore alla cultura di Pozzuoli, Maria Teresa Moccia Di Fraia, la quale ha sottolineato che al dialetto servono cure: “La diaspora degli abitanti a seguito delle crisi bradisismiche del 1970 e del 1983, l’estensione delle new towns di Rione Toiano e Monteruscello rispetto al centro storico, l’aumento della popolazione a favore di immigrati napoletani hanno spezzato coesione e valori identitari, mettendo in discussione anche il dialetto, che oramai resta appannaggio dei pescatori e degli anziani”.

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