Mettersi in movimento!

Lo sport è un fenomeno di massa di grande rilevanza sociale, profondamente radicato nella cultura materiale del nostro paese. Basti pensare al nostro quotidiano, sia come praticanti di qualche disciplina sportiva, sia come appassionati e quindi spettatori, più o meno attivi, delle competizioni sportive. Se l’esperienza quotidiana non bastasse, allora si consideri che in Italia, secondo le ultime statistiche dell’ISTAT aggiornate al 2013, circa il 30% della popolazione italiana di tre anni e oltre – pari a circa 17,7 milioni di persone – dichiara di praticare uno sport; a questi va poi aggiunto un altro 28% (circa 16,3 milioni di persone) che svolge qualche attività motoria: in estrema sintesi più di un italiano su tre fa attività motoria. D’altra parte, concentrando l’attenzione solo sullo sport agonistico, secondo i dati dal CONI, gli atleti tesserati in Italia sono 4,5 milioni – cresciuti di oltre un quarto nel periodo 1993-2013 – organizzati in 65mila società, con l’impiego di circa un milione di operatori dello sport[1].

Se è quindi evidente la dimensione di massa del movimento sportivo, meno consapevolezza si ha del significato sociale dello sport e della sua rilevanza per la definizione delle politiche. Nonostate le sua diffusione, infatti, lo sport continua ad essere considerato come espressione di una cultura e di una socialità di secondo ordine. Le ragioni di tale pregiudizio sono complesse, ma tra i fattori più rilevanti che contribuiscono a redere lo sport un fenomeno culturale di “serie B” va paradossalmente considerata la sua capacità di coinvolgere ampi strati sociali, compresi i ceti popolari; poi la dimensione ludica della pratica sportiva e il suo essere legata al cosiddetto “tempo libero” che, in base ai retaggi della cultura industriale ormai anacronistica, è un tempo residuale rispetto a quello principale dedicato al lavoro e alla produzione. Questi fattori impediscono di vedere chiaramente il contributo che la pratica sportiva ha – e soprattutto potrebbe avere – in termini di socialità, di promozione della salute e del benessere, oltre che di sostegno ai processi di crescita e qualificazione delle economie locali.

Lo sport, infatti, ha un potenziale – tuttora inespresso – per innovare il campo delle politiche sociali. Il welfare state, infatti, si è sviluppato secondo la logica assicurativa a partire da alcuni (pochi) rischi sociali, quali la malattia, la vecchiaia, l’inabilità e così via. Questa logica è oggetto di ripensamento, soprattutto nel mondo anglosassone, già da metà anni Novanta, secondo l’idea della welfare society, vale a dire in una diversa prospettiva che punta alla creazione delle condizioni che generano un miglioramento della qualità della vita delle persone. In altri termini, si tratta di pensare a politiche non solo per fronteggiare una situazione di bisogno, ma anche per promuovere lo sviluppo sociale del cittadino. Si tratta di politiche per la vita (Life Politics) che adottano la logica “generativa” di opportunità per il miglioramento della qualità della vita alla quale, tra l’altro, i cittadini sono sempre più sensibili. In questa prospettiva lo sport dimostra di essere un ambito di azione di formidabile efficacia, perché consente di promuovere, tra l’altro, la socialità e l’integrazione sociale – si pensi agli immigrati e le minoranze etniche – la salute e il benessere psico-fisico attraverso la diffusione di migliori stili di vita e dell’aggregazione, l’attivazione civica (circa il 30% del non profit in Italia è fatto da associazioni sportive) e la promozione economica territoriale.

Non si tratta, però, di meccanismi automatici. Lo sport è di per sé un fenomeno sociale ambivalente che richiede la mediazione professionale esperta per essere impiegato nelle politiche. Ad esempio lo sport ha benefici per la salute se viene svolto correttamente sotto la direzione di un tecnico esperto; oppure lo sport può funzionare per integrare una minoranza etnica, ma se non opportunamente mediato può essere all’origine di discriminazioni e atteggiamenti razzisti; lo stesso nell’ambito della socialità, può essere fattore di aggregazione e socievolezza, ma anche all’origine di conflitti e violenza. Per questo motivo è necessaria una sempre aggiornata regolamentazione pubblica del settore, volta a promuovere la cultura sportiva e a programmare le modalità di governance per la crescita e la qualificazione del settore.

La legislazione sullo sport è affidata prevalentemente agli enti regionali che in Italia hanno proceduto in autonomia dopo la riforma del Titolo V della Costituzione. La Regione Campania ha aggiornato soltanto nell’autunno scorso il quadro normativo regionale in materia di sport con la L.R. n. 18 del 25 novembre 2013 “Legge quadro regionale sugli interventi per la promozione e lo sviluppo della pratica sportiva e delle attività motorioeducativo-ricreative”. Si tratta di un atto importante che finora però non ha avuto ancora esiti in termini di programmazione e di politiche. Ciò è estremamente preoccupante visto il sottosviluppo dell’attività sportiva e della pratica motoria su scala regionale. In Campania, infatti, si registrano i valori più bassi d’Italia in termini sia di percentuale di persone che praticano uno sport (18% rispetto alla media nazionale di 30%), sia di persone che svolgono un’attività fisica (21% rispetto alla meda di 28%). È poi significativo che a differenza del resto del Paese, queste percentuali si sono ridotte nell’ultimo decennio. Anche nello sport agonistico la Campania presenta la più bassa densità per abitanti sia di atleti, sia di società sportive. E lo stesso primato negativo si registra nel Terzo settore dove le associazioni sportive campane sono in rapporto alla popolazione meno diffuse e poi di dimensioni medie inferiori ai dati nazionali. Si tratta di indicatori comprensibili alla luce delle condizioni economiche e sociali regionali in virtù del fatto che la pratica motoria e dello sport è legata, in circoli virtuosi, con i processi di crescita economica e sociale.

Per la Campania si tratta ora di provare ad attivare questi circoli virtuosi a partire dall’implementazione del quadro normativo di recente ridefinito, puntando alla valorizzazione degli operatori economici e sociali già attivi sul territorio in una prospettiva di innovazione e qualificazione dell’intero settore e della sua integrazione nell’ambito delle politiche socio-sanitarie, culturali e di sviluppo locale.

 

[1] La fonte dei dati è CONI-ISTAT, Lo sport in Italia. Numeri e contesto 2014, CONI Servizi e Osservatori Statistici per lo Sport, Roma, 2014.

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