Se 122 milioni di poveri vi sembrano pochi

“Quando io do cibo ai poveri, mi chiamano santo. Quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, mi chiamano comunista”.(Hélder Câmara)

Sono 122 milioni le persone a rischio povertà nell’Unione Europea. Un dato pari ad un quarto della popolazione residente nell’Unione. Il dato, riferito al 2014 è stato diffuso un’ora fa da Eurostat, in previsione della giornata internazionale contro la povertà, fissata per domani. Il dato è superiore a quello del 2008 (23,8%) ed è aumentato in modo significativo in tutti i paesi che si sono sottoposti alla spending review imposta dall’Unione (Spagna + 4,7%, Grecia + 7,9%, Italia +2,9%).

Secondo le statistiche di Eurostat, le persone a rischio povertà ed esclusione sociale sono quelle che si trovano in almeno una di queste tre condizioni: 1) a rischio di povertà anche dopo trasferimenti sociali 2) in condizioni di grave deprivazione materiale 3) vivono in famiglie i cui componenti sono disoccupati, inoccupati o con lavori saltuari.

In Italia, il dato 2014 (non ancora definitivo) è stimato al 28,1%, in valori assoluti parliamo di circa 17 milioni di persone. Il dato è più alto del 2008, quando era stimato al 25% e interessava 15milioni di persone.

In Romania (40,2), Bulgaria (40,1) e Grecia la percentuale (36,6) di persone a rischio è ben oltre un terzo della popolazione, mentre i paesi in cui il dato è più basso sono quelli in cui tradizionalmente è più forte il sistema di welfare, Svezia (16,9), Finlandia (17,3), Danimarca (17,8).

Anche nella locomotiva di Europa, la Germania la percentuale è significativa, il 20%, pari a quasi 16 milioni di persone.

Chi volesse approfondire trova qui i dati completi, come sempre molto interessanti.

Naturalmente le statistiche dicono molto, ma non dicono tutto, né potrebbe essere differente. Quello che forse bisogna dire, lasciando la prudenza agli economisti e le bugie agli ottimisti a cottimo, che questi dati vanno analizzati con altre parole come diseguaglianza sociale e politiche di redistribuzione del reddito.

Perché se un terzo della popolazione europea è a rischio non è il segno di una maledizione divina, ma di politiche liberiste e di tagli alla spesa pubblica, che nel corso di questi venti anni hanno promesso benessere diffuso e lavoro per tutti e che, per contro, hanno regalato ricchezza per pochi e precarietà per quasi tutti gli altri.

Se la forbice tra chi ha e chi non ha si allarga, rapidamente e profondamente, forse non dovremmo accontentarci di un racconto della povertà intesa come condizione di miseria che dipende dalle (in)capacità del singolo individuo, ma dovremmo essere capaci a comprenderne le cause.

Ed invece attenderemo ad un ennesimo documento proclama di programmazione europea, pieno di buone intenzioni, che ci spiegherà che la povertà è colpa dei poveri, che è un problema di skills, mercato del lavoro e capabilities e che dedicherà un pò di risorse alla formazione (perchè ripetiamo, la colpa della povertà è di un povero che non si impegna).

Occorre solo qualcuno che lo sappia spiegare bene a 122 milioni di persone.

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