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La strada dei veleni tra il Vesuvio ed il mare

Due destini che si stavano unendo: la più grande discarica d’Europa ed il più grande depuratore industriale d’Italia. Il racconto del Professor Angelo Genovese sugli episodi che caratterizzarono un periodo nero dell’emergenza rifiuti in Campania, al limite  della guerra civile. «Perché questo atto di forza qui piuttosto che in una campagna sperduta?» Si interroga il Prof con una domanda retorica. «Perché qui era vicino la Wisco, non ci sono altre spiegazioni. Non me le riesco a dare». È la conclusione del lungo pensiero del Professor Angelo Genovese che, dopo 5 anni dagli scontri di Terzigno, torna sulla questione delle discariche e del depuratore industriale di Santa Maria La Bruna. Lo fa con la lucidità data dal tempo che è passato, consapevole delle battaglie combattute e dei risultati ottenuti. Occorre fare un lungo passo indietro per capire la storia, i personaggi e le trame.

Angelo Genovese è ordinario di zoologia alla Federico II di Napoli, impegnato da sempre in battaglie di tutela dell’ambiente e della salute. Impossibile non conoscerlo nel vesuviano. Nome noto a tanti comitati civici anche della provincia di Napoli, e di molti altri comuni della regione e del Mezzogiorno d’Italia. Il suo curriculum di lotte inizia molti anni fa.

Se l’Italia fosse un paese attento ed abituato ad ascoltare, non solo quando la tv da voce allo Schiavone di turno che indica rifiuti, saprebbe, dal lontano 1988, di quel via vai di camion con targhe campane che prelevavano i rifiuti industriali nel nord per sversarli nella regione. Non è un anno a caso, in quell’anno alcuni militanti del PCI e di Legambiente, tra cui proprio il Prof Genovese, lo denunciarono diverse volte. Purtroppo inascoltati.

L’hanno detto e denunciato 8 anni prima di Schiavone (che in effetti poco ha aggiunto alle dettagliate denunce degli ambientalisti) e 26 prima che se ne accorgesse lo Stato, che qui spesso non c’è, nemmeno quando sono presenti le istituzioni a rappresentarlo. Alcuni articoli degli anni 1988/89 che riportano le denunce del PCI e di Legambiente. La nostra storia è un’altra, per lunghi versi già raccontata. Ci riporta a  tempi più recenti, quando un intreccio di situazioni, uomini, malaffare, stava realizzando il più grande scempio al mondo per proporzioni. La più grande discarica d’Europa nel più piccolo parco naturale terrestre d’Italia e a pochi chilometri il più grande impianto italiano di trattamento di reflui industriali nella terza provincia d’Italia per abitanti, la prima per densità e nell’unica zona senza grandi industrie.

«Ritengo che ci sia una filogenesi, una stretta relazione tra un episodio e l’altro». In effetti, a sentir parlare  il Prof, i discorsi non fanno una grinza. Qui ripercorriamo le ultime tappe, attraverso leggi, documenti ma anche nomi e ruoli istituzionali che hanno inteso aprire la strada all’apertura della discarica di Cava Vitiello a Terzigno.

Anno 2007. Governo Prodi. A marzo, con il decreto 61 convertito nella legge 87/2007, il governo Prodi stabilisce l’apertura della discarica nel Parco del Vesuvio, nel comune di Terzigno. «Il decreto prevedeva, in maniera generica, una discarica per la frazione organica stabilizzata, la FOS, che dovrebbe essere la parte organica del rifiuto, depurata, essiccata, stabilizzata e portata in discarica. A detta dell’ex presidente della Commissione ambiente del Senato, il Senatore Tommaso Sodano, la “frazione organica stabilizzata era un ottimo ammendante”».

Il Prof continua: «la FOS in Campania non si produceva, c’erano solo gli Stir che producevano del trito vagliato sporco e puzzolente. Secondo l’Università di Torino, a cui la regione Piemonte affidò uno studio, 50 centimetri di FOS, della migliore qualità, posta a spaglio senza comprimerla, comportavano un forte inquinamento del suolo da metalli pesanti ed altri inquinanti. Per la discarica di Terzigno si decise di conferire frazione organica stabilizzata per un’altezza che variava tra i 50 e i 70 metri, compressi. Inoltre fu aperta l’inchiesta Rompiballe anche per le dichiarazioni di Marta De Gennaro che già brigava per “truccare” la discarica, nel senso di conferire li rifiuti di tipologie diverse, molto più pericolosi». Questo non è tutto. Intanto i governi si alternavano e al secondo governo Prodi subentrò il Berlusconi IV.

Anno 2008. Governo Berlusconi. Nella legge 123 del 2008 era riportato all’articolo 2 comma 1: “Ai fini della soluzione dell’emergenza rifiuti nella regione Campania, il Sottosegretario di Stato, anche in deroga a  specifiche disposizioni legislative e regolamentari in materia ambientale, paesaggistico territoriale, di pianificazione del territorio e della difesa del suolo, nonché igienico-sanitaria provvede all’attivazione dei siti da destinare a discarica, così come individuati nell’articolo 9”.

Anno 2009. Ordinanza 48 del 3 Marzo 2009. Presidente della Repubblica Napolitano. Presidente del Consiglio Berlusconi. Presidente della Regione Campania Bassolino. Commissario straordinario all’emergenza rifiuti Bertolaso. Sindaco di Terzigno Auricchio. Quest’atto fu inviato al sindaco in maniera riservato. «Gli fu chiesto di non diffonderlo, di tenerla nascosta perché coperta dal segreto militare. Solo grazie all’avvocato Sorrentino di Boscotrecase e al consigliere DS Sangiovanni di Terzigno, si riuscì ad avere una copia prima dell’estate 2009». Dall’ordinanza, dettata dalle aziende private ECODECO e ASIA, a pagina 6 lettera h, si legge: “Si è considerato di utilizzare le scorie provenienti dall’attività del termovalorizzatore di Acerra quale materiale di copertura giornaliera”. Mentre al terzo punto della lettera i: “progettare,  realizzare e gestire un impianto di depurazione e trattamento del percolato, con tecnologia analoga a quella prospettata nel progetto definitivo, ma di maggiore capacità rendendolo idoneo a servire non solo l’impianto in oggetto, ma anche altri impianti operativi sul territorio e/o previsti nelle prossimità”.

«Si sanciva la morte lenta di migliaia di persone. Le ceneri dell’inceneritore di Acerra, coprendo i rifiuti, erano esposti ai venti, in modo da contaminare l’area con le particelle tossiche. Infatti, l’ultimo decreto del governo Prodi autorizzava la combustione, nell’inceneritore, di ogni tipo di rifiuto». In quella calda estate del 2009 accadde un siparietto grottesco e drammatico. In un incontro pubblico al quale partecipò il Prefetto Antonio Reppucci, all’epoca vice di Bertolaso, alcuni cittadini chiesero quali rifiuti fossero smaltiti in cava Vitiello. Il Prefetto rispose: «solo rifiuti solidi urbani, non c’è bisogno che lo metto per iscritto, lo dico io che sono il Prefetto ». Il Prof, che era tra i relatori, seduto al tavolo vicino Reppucci, prese la parola e mostrò l’ordinanza 48, sostenendo di averla letta tutta, compresa la parte delle ceneri dell’inceneritore. Il Prefetto replicò: «visto che lo sapete, vi dico che ci sono anche le ceneri di Acerra».

«La stessa ordinanza», mi evidenzia il Prof, «prevedeva l’impianto di vasche per percolato di una grandezza molto superiore a quella necessaria per la discarica. Servivano per lo stoccaggio ed il trattamento dei liquami del depuratore industriale targato WISCO? Terzigno era destinata a diventare la città dei veleni».

Aprile 2010, relazione Merkies. Nella relazione firmata dalla eurodeputata dei Paesi bassi, a pagina 9 e 10, si legge: “L’ubicazione della discarica di Terzigno all’interno del perimetro del Parco nazionale del Vesuvio è di per sé un’aberrazione. Nella relazione della Protezione civile si afferma che lo studio d’impatto ambientale realizzato è stato approvato dal ministero dell’Ambiente. Alla luce di quanto osservato nel corso della visita, è legittimo dubitare dell’obiettività e della validità di tale studio. Dal controllo visivo effettuato dai membri della delegazione tra i rifiuti visibili, il capo della delegazione ha scorto immediatamente un pneumatico e un bidone contrassegnato per rifiuti tossici”.

Ottobre 2010. Gli scontri di Terzigno. «L’insurrezione iniziò nel settembre, quando Bertolaso annunciò, dalla vacanza ischitana, l’apertura di cava Vitiello. Se non fosse stata per la puzza, probabilmente non ci sarebbero stati gli scontri in quelle proporzioni ». Gli scontri tra settembre ed ottobre sono storia nota.

Il 29 ottobre 2009, il Presidente Berlusconi promulgò il decreto che impediva l’apertura di cava Vitiello. «Napolitano, in un primo momento, si rifiutò di firmarlo. Questo la dice lunga sui grandi interessi che investono le alte cariche dello stato. Perché questo atto di forza qui piuttosto che in una campagna sperduta? Se fosse stata vero che l’ostinazione dello Stato a voler aprire la mega discarica di cava Vitiello era per un asservimento agli interessi della Wisco e dei potentati che vi erano dietro di essa, allora significa che l’insurrezione popolare ha prodotto un risultato di proporzioni storiche. In ogni caso non ci sono altre spiegazioni. Non me le riesco a dare».

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