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Coronavirus: il plasma speranza per la cura

Sulla sperimentazione della cura con il plasma contro il coronavirus, il governo “ha mostrato interesse per proseguire su questa iniziativa e ha indicato come due principali sperimentatori l’Università di Pavia e di Pisa, con ulteriori sperimentatori l’ospedale di Mantova, Brescia e Bergamo”. Il governatore Attilio Fontana ha spiegato di avere avuto “un colloquio con il ministro Speranza che mi ha confermato” l’interesse del governo. La sperimentazione della cura con il plasma, ha ricordato Fontana, “è stata portata avanti dal San Matteo e dall’Università di Pavia e dall’ospedale di Mantova”. Una cura che “accende grandissima speranza per la cura di questo virus“.

Secondo quanto riferito la terapia con il plasma iperimmune, sperimentata con uno studio pilota dal Policlinico San Matteo di Pavia sui pazienti ricoverati per Covid-19 in terapia intensiva con ventilazione assistita, ha dato risultati importanti: la mortalità tra questi pazienti, in media fissata al 15%, si è abbassata fino al 6%. “Da un decesso atteso ogni 6 pazienti si è passati a un decesso atteso ogni 16 pazienti”, ha spiegato il professor Fausto Baldanti, virologo del San Matteo.  Gli altri due parametri presi in considerazione dallo studio pilota sono stati il miglioramento dei parametri respiratori e di quelli dell’infezione.

“I parametri respiratori misurati – ha aggiunto il professor Baldanti – sono migliorati drammaticamente al termine della prima settimana, così come i casi di polmonite bilaterale entro la prima settimana e contestualmente i parametri dell’infezione sono diminuiti in maniera altrettanto drastica al termine della prima settimana di terapia”.  Il progetto pilota è stato testato, con plasma ricavato dai pazienti guariti e con una misurazione omogenea del “titolo”, ossia della potenzialità di annullamento del virus, fin dalle prime settimane del contagio, su 46 pazienti reclutati tra Pavia e Mantova, più un paziente proveniente da Novara.

Come sottolineato dall’infettivologo dell’Irccs pavese, Raffaele Bruno: “abbiamo condotto uno studio pilota. Questi studi si fanno quando bisogna testare un’idea. Noi siamo partiti con la nostra idea e per testarla non potevamo partire da grandissimi numeri. Bisogna infatti capire se si può operare in sicurezza e, una volta avuti i risultati, si andrà avanti con una maggior numerosità”.  Sono stati arruolati “pazienti con più di 18 anni, tampone positivo” al nuovo coronavirus Sars-CoV-2, “un distress respiratorio tale da necessitare di un supporto di ossigeno fino all’intubazione, una radiografia del torace che mostrava la caratteristica polmonite bilaterale e delle caratteristiche peculiari della respirazione tali da far preoccupare i clinici per un possibile peggioramento nel giro di poche ore”.  Con questi requisiti, ha proseguito Bruno, “sono stati arruolati 46 pazienti. L’ultimo l’8 di maggio. Ora è finito il follow up, visto che gli endpoint erano la riduzione della mortalità e il non ingresso in rianimazione. I pazienti sono stati arruolati tutti fra Mantova e Pavia e uno solo a Novara”. Di questi, “7 erano intubati, tutti non avevano un’età avanzata.

Sull’altro fronte della sperimentazione, l’Asst di Mantova, “le prime sacche di plasma – ha ricordato il direttore generale Raffaello Stradoni – sono arrivate da Pavia e hanno fatto la differenza. Era qualcosa che cambiava il passo. Era la prima volta che i nostri medici disponevano di qualcosa che cambiava la storia naturale della malattia. Sono fiducioso che i risultati di questo studio siano favorevoli e confermo la facilità nel seguire le procedure” per trattare i pazienti. “Siamo stati in grado di raccogliere diverse sacche”.

La documentazione scientifica del lavoro, ha aggiunto il Dg del San Matteo di Pavia, Carlo Nicora, “verrà presentata agli organi internazionali per la pubblicazione giovedì 14 maggio”. Lo studio è iniziato “il 17 marzo e si è concluso l’8 maggio. I ricercatori hanno pensato di studiare qualcosa di già studiato in passato, la cosiddetta immunizzazione passiva: usare il  plasma di altri individui e reinfonderlo in pazienti in ospedale per vedere se questi ultimi riuscivano a risolvere i loro problemi di salute. Si è pensato alla possibilità di avere donatori locali in ogni area della Lombardia, perché avevamo pazienti guariti e questi potevano donare, e hanno dato la loro disponibilità. C’era l’opportunità, dunque, di raccogliere il
plasma da donatori e questi erano presenti in un luogo in cui era presente quel ceppo virale”.  Altro fattore considerato, ha concluso Nicora, “è che la plasmaferesi è facilmente attivabile. In letteratura non esistevano immediatamente studi che dimostrassero l’efficacia della terapia si è pensato così a uno studio pilota per capire se nel nostro territorio questa ipotesi poteva funzionare”.

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