Officina delle idee

Anacleto Loffredo e Laura Serluca: due promesse della poesia campana

Ci sono poeti e poeti. Ci sono poeti che si percepiscono, poeti che ti annientano, poeti che ti liberano fino a sollevarti altri che ti liberano fino ad ammazzarsi. Non c’è da ispezionare nel profondo per trovare la dignità laddove vi sia poesia. Il prodotto poetico è dignitoso di per sé in quanto, come scriveva Anceschi, “l’ossatura intorno alla quale i poeti addensavano la carne dei loro versi era la chiave di tutto […] e indicava la riflessione interna alla poesia; il ragionamento di ogni poeta, nell’atto stesso dello scrivere, su quella speciale forma di fare che è il poetare.” Restituita la dignità oggettiva al poetare di ciascuno, c’è poi il poeta maggiore e il poeta minore. E io sono convinto che nel sottobosco dell’irriconoscenza vi siano un poeta e una poetessa di cui si sentirà parlare. Il primo è Anacleto Loffredo. Studioso della Storia d’Europa ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie titolata “Autobiografie di demoni” nel 2012 con la casa editrice Phoebus. Una raccolta impregnata di letteratura tedesca e della mediazione di Claudio Magris. Una raccolta unica che, pur essendo la prima opera dell’autore napoletano, mostra, oltre a uno studio tanto impeccabile quanto vasto, una maturità nella composizione e nella liturgica scelta delle parole quasi neoterica. Brevitas, labor limae e doctrina farebbero infatti di Loffredo un poeta neoterico a tutto tondo ma la sua mancanza di individualismo e il continuo sforzo di interpretare in pochissime parole il mondo, lasciano capire quanta voglia abbia di cannibalizzare la realtà e il proprio tempo. Tra i suoi versi tutto e tutti devono e possono starci dentro. Come sognava Caproni, per Anacleto Loffredo una sola parola basterebbe a dire la vita, la morte. All’opposto di Loffredo, si muove Laura Serluca. Avellinese, sociologa, intimamente gentile nei modi e nelle parole sgargianti. Per quanto sia alla ricerca della musicalità e del ritmo, ella attraverso la scrittura tende a decostruire e destrutturare il quadro d’insieme precostituito con la parola che si incide a cesello. Laura Serluca sembra una spora di dadaismo per cui le parole non sono sottese ad una logica ma all’unica intenzione di inchinarsi al segno, agli strati scopeti dell’immagine. Nelle sue poesie (Tra cui mi piace ricordare Persona) non esiste l’ordine cognitivo ma tutto si gioca sul principio di variazione dove a mutare è l’invito. Non c’è invito alla comprensione bensì all’interpretazione soggettiva che può avvenire anche per fascinazione. La poesia è materia. E’ meccanica. E l’autrice lavora per modificarla fino alla manipolazione, fino all’ideazione di uno spazio sconosciuto, onirico, surreale, di un oggetto senza oggetto, fino alla rivolta nell’inganno.

 

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