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Carcerati: lavoro come diritto e dignità .Un convegno a Napoli

“Il diritto al lavoro come riscatto personale e sociale” è questa la frase di apertura del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della regione Campania, Samuele Ciambriello, che ha presieduto tale convegno.

Questa mattina, infatti, al Centro direzionale di Napoli, nel Consiglio Regionale della Campania, si è tenuto un convegno sul diritto al lavoro per persone con restrizione della libertà personale.
Nella prima parte della discussione sono intervenuti: Rosetta D’Amelio, Presidente del Consiglio regionale della Campania; Nicola Marrazzo, Presidente commissione lavoro regione Campania; Antonio Fullone, provveditore campano dell’amministrazione penitenziaria; Adriana Pangia, presidente tribunale di sorveglianza di Napoli; Giusy Forte, assistente sociale U.I.E.P.E. Napoli; Fulvio Corso, professore ordinario di diritto del lavoro Università Vanvitelli; Vittorio Ciotola, presidente gruppo giovani imprenditori.
L’obiettivo di questo convegno è “ condividere le varie esperienze e riflettere su tutti gli ostacoli che si incontrano, durante e dopo la detenzione, per trovare un lavoro remunerato e dignitoso” afferma Ciambriello.
Il Garante continua poi evidenziando i dati che dimostrano la reale difficoltà dei detenuti nel trovare un lavoro: nell’istituto circondariale di Poggioreale su 2400 detenuti circa 400 lavorano; nel carcere di Secondigliano i detenuti che lavorano sono circa il 35%; a Pozzuoli su 162 donne detenute sono 42 quelle che lavorano, in particolare nell’industria del caffè Lazzarelle.
Il primo intervento è quello del provveditore campano dell’amministrazione penitenziaria, Fullone, il quale sostiene che il primo passo da fare è qualificare o riqualificare il lavoro all’interno delle carceri, cioè tutti quei lavori domestici che svolgono i detenuti a cui non viene dato alcun peso.
“In Toscana”, dichiara Fullone, “ è stato attuato un protocollo per qualificare il lavoro che si fa all’interno degli istituti penitenziari per avere poi una certa spendibilità utile per il reinserimento sociale; bisogna formare i detenuti e far si che gli vengano riconosciute le caratteristiche acquisite durante tale lavoro”.
Interessante l’intervento del Presidente del consiglio regionale, D’amelio, che dice:- Bisogna operare al recupero: chi ha sbagliato è giusto che paghi, ma chi ha pagato deve poi avere la possibilità di essere reinserito nella società e questo è il compito degli istituti penitenziari.-
La Regione Campania e il garante hanno come obiettivo quello di lavorare in sinergia con altre Regioni cercando risorse necessarie per l’inserimento lavorativo del detenuto.
Nelle carceri bisogna investire in professionisti che possano aiutare i detenuti nella ricerca di un lavoro e sostenerli nei vari progetti di formazione, che sono in costante crescita.
“Le figure più occupate al momento sono quelle di operatore edile, pizzaiolo, meccanico, tecnico del suono e cuoco ma, data l’importanza di internet , c’è bisogno di innovazione e quindi nuovi tipi di qualifiche che comprendano anche il settore delle telecomunicazione,” afferma Marazzo.
Il professore Corso continua dicendo:- E’ necessario che gli assistiti lavorino, non basta solo l’assistenza, è necessario rieducarli e reinserirli, e solo il lavoro, con il sacrificio che esso comporta, può portarli ad un riscatto sociale e restituirgli quella dignità che gli spetta.-
“Bisogna ricordare, però, che lavorare può essere un fatto strumentale per il detenuto” dichiara l’assistente sociale Giusy Forte, “per fortuna non sempre è così: spesso il lavoro è quella chance, quella possibilità che può permettere un vero reinserimento nella società”.
Infatti, secondo la dottoressa Pangia, una persona che termina la sua pena detentiva e ha la garanzia di un lavoro, non avrà una recidiva.
E’ stata molto importante oggi anche la presenza di Vittorio Ciotola, presidente del gruppo giovani imprenditori, per garantire un’apertura anche delle imprese verso una realtà, quella delle carceri, a loro nuova o sconosciuta.
Il lavoro è quindi importante come trattamento per il miglioramento del detenuto; il soggetto solo così può gestire la propria vita rispetto a quello che ha fatto in precedenza, prendendo coscienza di ciò che è e ciò che può fare.
Al termine della prima parte Ciambriello conclude con un forte messaggio di speranza:- Se c’è un reinserimento sociale del detenuto sarà ridotta la percentuale di recidiva, e se essa sarà, anche in minima parte ridotta, rappresenterà un successo per la società”.

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