Cultura

L’ABECEDARIO DEI SOCIAL NETWORK: EMOTICON

Ritorna l’appuntamento con la rubrica domenicale, l’ “ABECEDARIO DEI SOCIAL NETWORK“.

Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di questi punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremmo dipingere e significare coi segni, come fanno i cinesi…”. Così annotava Giacomo Leopardi nello Zibaldone, nel giorno di Pasqua del 1821. Sembra quasi che il poeta ce l’abbia con le emoticon. E già il filosofo francese Jean Jacque Rousseau nel suo Saggio  sull’origine delle lingue (1761) aveva lamentato  l’assenza di un “punto vocativo” (per distinguere i casi in cui chiama qualcuno), e anche di un segno grafico per manifestare l’ironia “quando il tono della voce non la fa sentire”.

Più vicino a noi nel 1969 Vladimir Nabokov, il romanziere russo autore di Lolita, in un’intervista al New York Times aveva detto: “Molte volte penso che dovrebbe esistere uno speciale segno tipografico per indicare il sorriso”. E lo immaginava come una parentesi “supina”. Gli sms e i social network  avrebbero invaso la nostra vita e determinato il nostro modo di comunicare solo trenta anni dopo, ma lo scrittore aveva già immaginato l’emoticon e fantasticava su segni di interpunzione che si animassero, rompessero le catene, volessero la scena. Allo stesso modo dei due punti che “spalancano la bocca: guai allo scrittore che non li riempie di cibo nutriente.”, come scriveva Karl Kraus; o del punto esclamativo, considerato dal filosofo Theodor Adorno “indice minacciosamente alzato”.

Al di là ora di questi  riferimenti curiosi, si può riflettere sulla loro lezione leopardiana, non per decidere se è un bene o un male il sorprendente sviluppo delle emoticon, ma per capire quello che succede.

 

Emoticon  2

 

Quel che succede è che la tastiera dell’ iPhone contiene attualmente un’opzione per scrivere con le emoticon (o emoji, termine che deriva dal giapponese e significa “parole figurate”, o smiley o anche faccette), che predispone 722 simboli, che presto raggiungeranno il migliaio e che l’uso dilagante di tali figurette non sono solo uno strumento per risparmiare caratteri nei tweet e sms, ma una segnaletica inedita della conversazione permanente e ubiqua in cui la Rete ci ha avvolto, un nuovo attrezzo della vita quotidiana come rappresentazione. Le smorfiette, le linguacce, le duckface, le boccucce a cul di gallina, non sono infantilismi, sono lettere di un alfabeto iconico intercalare, complementare, svolgono la  funzione di introdurre nel dialogo quegli accenti emotivi, quei toni, quegli stati d’animo che con le parole non riusciamo ad esprimere: sorriso, broncio, ironia, tristezza,  gioia, ammirazione, noia, perplessità, imbarazzo, meraviglia, disapprovazione, ammiccamento.

E del resto gli emoticon erano stati inventati proprio per questo, quando, nel 1982 il prof. Scott Fahlman, docente presso l’università di Pittsburg propose la sequenza:-) per marcare i messaggi scherzosi nelle bacheche elettroniche pre – Internet. La mancanza di segnali di ironia, infatti, aveva già determinato numerosi equivoci e risentimenti nell’informalità di quelle forme di scrittura. Con l’introduzione di:-) e del suo contrario:-( il più era fatto: si era stabilito che il segnale dovesse arrivare dopo il messaggio, come accade con i punti interrogativi ed esclamativi.

Ed allora, come avverte il linguista Stefano Bartezzaghi “Tramite gli emoticon e altri espedienti grafici cerchiamo di far passare le nostre inflessioni di voce dalla tastiera. Cantiamo e allora allunghiamo le vocali ( “Caro aaaaamico ti sscrivooooo”). Urliamo e allora SCRIVIAMO A TUTTE MAIUSCOLE aggiungendo una fila di esclamativi!!!!! Ridiamo, e allora ricorriamo a un “gesto” alfabetico, la sigla LOL, che sta per “Laughing Out Loud”, “ scoppiando a ridere.(…)  L’emoticon si inserisce in questa corrente di espressività grafica, in equilibrio tra scrittura e figura: tende  al geroglifico e alla scrittura pittografica ma ritorna subito al codice verbale: il suo compito è fare la parte della voce nel dare forza emotiva all’invarianza dei caratteri grafici. Compare in quelle zone di confine in cui si scrive come si parlerebbe, in cui occorre dare da vedere all’interlocutore il sorriso che, de visu, lo rassicurerebbe sulla benevolenza dei nostri scherzetti verbali. Un espediente umano, l’emoticon, alla fine dei conti”.

 

 

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