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ALEMI “TUTTO CHIARO PER ME, LO STATO TRATTO’ CON LA CAMORRA”

Carlo Alemi fu giudice istruttore di un caso con uno strascico lungo trent’anni, su cui si riaccendono i riflettori dopo la scomparsa ieri all’età di 96 anni di Ciro Cirillo. Alemi ascolta, poi dice con sicurezza: “Un caso chiaro, per me. È la prima volta che l’intervento della camorra in una trattativa con lo Stato è stata riconosciuta nella sentenza di II grado e in Cassazione, negli atti delle Commissioni parlamentari sui servizi segreti e sulla camorra”.

C’era anche il terrorismo, in quella trattativa per il rilascio del politico. Senzani, capo del commando brigatista che lo rapì aveva lavorato nel Centro servizi culturali, a pochi passi dalla casa di Cirillo.
“Senzani fu indicato come infiltrato dei servizi segreti nelle Br ed è stato condannato anche per il sequestro Cirillo”.

L’ex assessore dc però ha continuato a negare che ci sia stata una trattativa.
“L’ha scritto nel libro “Io, Cirillo e Cutolo” anche il suo segretario e sindaco di Giugliano Giuliano Granata che erano andati in carcere a parlare con il boss. In quel libro ha scritto anche cose che a me aveva assolutamente negato”.

Che cosa resta di oscuro, allora, in questa vicenda?
“Ciò che non è emerso ancora è il vero contenuto delle trattative che ci sono state tra Cutolo e lo Stato. L’ex presidente dell’Avellino, Antonio Sibilia, interrogato dai magistrati per altre vicende disse che il business della ricostruzione post-terremoto era partito dopo il sequestro Cirillo”.

Fu rapito per il piano della ricostruzione?
“Se non si fosse bruciato, Cirillo avrebbe gestito tutta la ricostruz post terremoto. Dopo il rapimento non glielo hanno più consentito, si era ampiamente esposto nella ricostruzione. Avrebbe gestito i miliardi degli appalti. Galasso lo dichiara quando viene arrestato. Non ci sono dubbi neanche sul fatto che sia intervenuta la camorra”.

Chi poteva essere al corrente di tutto?
“Secondo me Raffaele Russo è una figura che è emersa poco in quella vicenda e che invece ha partecipato a molte riunioni che si tenevano nell’ufficio di Gava. Fu citato nelle deposizioni da Savarese, il gestore dell’hotel Le Axidie di Vico Equense, che aveva gestito la raccolta di soldi. Il grosso del denaro venne dai costruttori, se si fa due più due si possono collegare facilmente l’affare ricostruzione e gli imprenditori”.
Cirillo dichiarò che la sua vicenda servì per incastrare Gava e questo le valse la definizione di toga rossa e anche un procedimento disciplinare.
“Rossa? Io però la giornalista dell’Unità l’ho arrestata per il falso. Non è stato facile lavorare in quegli anni: ricordo che avevo il telefono sotto controllo. Agli amici che mi chiedevano quando finiva l’inchiesta dicevo “la chiudo presto, non è emerso nulla”. Forse per questo mi hanno lasciato stare”.

Che cosa ricorda di Cirillo?
“Da lui e dai familiari nessuna collaborazione. C’erano disposizioni che venivano dall’alto. Ai magistrati che dovevano incontrarlo appena rilasciato, Libero Mancuso e Carmine Pace fu impedito di vederlo, ma lui si era incontrato con Gava e con Piccoli. Io lo interrogai e lui mantenne una posizione negatoria. In seguito ha sostenuto che ero un comunista che voleva sfidare la Dc. Ma quando lo incontrai per la presentazione al Suor Orsola del servizio di Giovanni Minoli “La storia siamo noi” sul caso Cirillo mi definì “un giudice onesto e corretto, ce ne vorrebbero tanti come lui”. Qualche anno dopo però è tornato alla vecchia tesi: ha detto che volevo fregare la Dc”.

Come lo ricorda, chi era il vero Cirillo?
“Era l’uomo di fiducia di Gava. In quella trasmissione di Minoli avevo rilasciato un’intervista dettagliata ma l’hanno quasi completamente tagliata. Mi dissero che Gava aveva accettato di partecipare se fossero state accorciate le mie frasi”.

 

STELLA CERVASIO, LA REPUBBLICA 

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