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CRISI DI GOVERNO, LILIANA SEGRE: “IO SPETTATRICE, SONO VENUTA PER VOTARE SÍ”

L’ingresso in aula al Senato della senatrice a vita Liliana Segre è stato accolto da un lungo applauso, con i parlamentari in piedi per renderle omaggio. A salutarla, dal microfono, è stato Pier Ferdinando Casini durante il suo intervento dopo le comunicazioni del premier Conte in Aula. La senatrice a vita ha, ironicamente, salutato i giornalisti che la circondavano all’arrivo a palazzo Madama, mentre i suoi accompagnatori invitavano tutti a mantenere le distanze; questo perchè la Segre non è ancora stata vaccinata contro il Covid-19: «Andate a trovare le vostre nonne, anziché venire a trovare me. Saranno molto contente». Superstite dell’Olocausto e testimone della Shoah italiana, Liliana Segre, nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 19 gennaio 2018 «per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale», a 90 anni compiuti, ha affrontato il viaggio da Milano a Roma per essere in aula e votare sulla sorte della crisi di governo.

Stando a Tgcom24, «Che sia venuta è già una risposta. Sono venuta a votare sì», ha dichiarato Liliana Segre, a chi le chiedeva quali fossero le sue intenzioni di voto sulla fiducia, dopo le comunicazioni del premier Giuseppe Conte. Non ha voluto esprimere una opinione sul discorso del premier al centro della crisi di governo: «Sono stata prestata alla politica, senza essermene mai occupata, dal presidente Mattarella che un giorno mi ha fatto senatrice a vita. Io sono spettatrice».

«Liliana Segre, in piena pandemia, a suo rischio e pericolo non essendo ancora vaccinata, torna a Roma per mantenere a un governo stabile. Prima che passione politica, è purissima passione civile», ha espresso su Twitter il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

La senatrice Liliana Segre fu deportata il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della stazione di Milano Centrale. Dopo sette giorni di viaggio l’arrivo ad Auschwitz-Birkenau: numero di matricola 75190, che le venne tatuato sull’avambraccio. Un numero impresso nella carne che racconta la storia e la sofferenza di tutte le persone deportate, uccise, scomparse. Pochissimi furono i superstiti. Ad Auschwitz, a soli 14 anni, venne subito separata dal padre, che non rivide mai più e che sarebbe morto tre mesi dopo. Anche i suoi nonni paterni dopo poco furono deportati ad Auschwitz e uccisi al loro arrivo, alla fine di giugno del 1944. Svolse per circa un anno i lavori forzati presso la fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens. Venne liberata il 1º maggio 1945 dal campo di Malchow, in seguito all’intervento dell’Armata rossa. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, Liliana Segre fu tra i 25 sopravvissuti.

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