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Toto Riina è morto e con lui i segreti dello Stato. Le mafie, invece, quando moriranno?

Toto Riina è morto alla veneranda età di 87 anni. Le sue condizioni di salute si sono aggravate, dicevano i medici. Merita una morte dignitosa, dicevano i suoi avvocati. Per mesi i media hanno riportato la vicenda che ha scosso e diviso gli animi di una popolazione. Un’Italia divisa tra i perbenisti e chi la storia non l’ha mai dimenticata. Toto Riina, il peggiore dei criminali, il capo di Cosa Nostra.

Il peggior killer della storia mafiosa, lo stesso personaggio che ha sulla coscienza centinaia e centinaia di morti, di vittime innocenti e di uomini istituzionali. Toto Riina e la sua ascesa al potere che non ha fatto sconti a nessuno. “Gli ho fatto fare la fine del tonno”, si vantava così il boss di Corleone in seguito all’uccisione del giudice Falcone, vicenda che, insieme a quella di Borsellino nasconde molte ombre. Nemmeno il 41 bis è riuscito a tirare fuori la verità da quel boss tanto esaltato dalla massa, che nonostante le sbarre continuava a essere un personaggio predominante di Cosa Nostra. Era sempre lui a tenere il controllo, era sempre lui a decidere e a vincolare le scelte della organizzazione mafiosa. “Bisognerebbe ammazzarli tutti – diceva Riina nelle sue ultime intercettazioni – C’è la dittatura assoluta di questa magistratura.” Toto Riina è un personaggio che è esistito e che probabilmente esisterà ancora per molto tempo.La mafia è ancora presente nei nostri territori, come una piovra si innesca nelle nostre scelte di vita. Non è visibile come prima, ma esiste e si insabbia nei cosiddetti colletti bianchi. Mafia e politica, un rapporto ben noto a Riina, un rapporto così stretto e così segreto che la verità sembra irraggiungibile. Cosa sta succedendo allora? Quando abbiamo iniziato ad abituarci a tutto questo? L’effetto mediatico è pericoloso, la finzione che si mescola con la realtà sembra essere all’ordine del giorno. Il rischio di rendere miti questi personaggi è alto e aberrante. Da qualche anno impazza il fenomeno Pablo Escobar in seguito alla serie creata per Netflix “Narcos” che racconta la vita del narcotrafficante.Una serie che avrebbe dovuto far riflettere, conoscere un pezzo di storia che persiste nel tempo ma ciò che ne evince è un continuo tifare su quel personaggio o l’altro. Probabilmente tra qualche anno verrà dedicato una fiction su Riina, così come è stato fatto per Zagaria, per Escobar e per tutti i criminali della storia. I loro vissuti coinvolgeranno una schiera numerosa di fan e si perderà completamente il senso di tutte queste narrazioni. Ma la realtà è ben diversa, non viviamo in una fiction. Ieri sera è stata trasmessa la prima puntata della terza stagione di Gomorra, è stata trasmessa proprio nel giorno in cui è morto Riina. Tutta l’Italia è stata incollata allo schermo pronta a schierarsi da un clan ad un altro. Gomorra, una realtà a tratti enfatizzata ma che è esistita. Prima di rendere idoli questi personaggi, ricordiamoci che Pietro, Genny, Ciro sono nomi inventati ma le loro storie sono reali. Ricordiamoci di tutte quelle vittime innocenti, ricordiamoci di Antonio Landieri, di Gelsomina Verde, di Falcone, di Borsellino. Storie e ruoli diversi ma uniti dalla violenza subita, dalla prevaricazione e dalla prepotenza con cui uomini (esattamente come noi) hanno deciso di prendersi il diritto e il controllo dei nostri territori. In qualsiasi modo la si possa chiamare, camorra, ‘ndrangheta, mafia resta pur sempre una dittatura che ci tocca da vicino, tutti. “Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente.” Lo diceva Peppino Impastato, giornalista ucciso dalla mafia negli anni ’70, è passato del tempo ma possiamo ancora fare la nostra parte.

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